martedì 2 luglio 2013

L'Italia pazza di pizza ha due capitali: Napoli per la Margherita Roma per tutte le altre La celebre guida gastronomica dedica un volume alla specialità recensendo quattrocento locali. Sul mercato spazio per seimila pizzaioli che chiedono lo "statuto" di veri chef

 - Mar, 02/07/2013 - 08:48 "il Giornale"
Si fa presto a dire margherita. La pizza ha almeno tre anime: prima di tutto quella napoletana, fatta secondo tradizione e principalmente in due modi (margherita, appunto, e marinara, vale a dire con pomodoro, aglio e origano) e che risente di una forte connotazione territoriale.
La fantasia, in questo caso, più che inutile è addirittura dannosa. C'è poi quella italiana, che sdogana tutte le versioni regionali fino a qualche tempo fa considerate eretiche rispetto al modello partenopeo: la bassa e «scrocchiarella» romana, la pizza cotta nel padellino tipica del Nord, la pizza esageratamente cresciuta del Sud. L'idea è che se gli americani si sono impossessati della nostra ricetta proponendone versioni assurde, allora tanto vale rivalutare i remake nazionali e tenerci stretto il format. E poi c'è la pizza gourmet, che punta tutto su impasti con lunghe lievitazioni naturali, materie prime selezionate e tanta fantasia: un piatto d'autore che ha trovato negli ultimi anni in una città (Roma) la sua capitale e in un uomo (Gabriele Bonci) il suo profeta.
Si fa presto a dire margherita, dicevamo. La pizza è un mondo che il mondo ci invidia e ci insidia. Ora raccontato da una guida (Pizzerie d'Italia del Gambero Rosso, 272 pagine, 8,90 euro) presentata ieri all'interporto di Nola. Un modo non solo per orientare il consumatore ma anche per rivalutare un piatto e una professione, quella del pizzaiolo, che non ha lo stesso rango di quella di chef e che spesso finisce nelle mani di stranieri: e pensare che oggi in Italia ci sarebbe spazio per 6mila pizzaioli. Ecco come infornare la disoccupazione.
Il volume recensisce 400 pizzerie in tutta Italia e mette un po' d'ordine negli stili e negli interpreti, creando la tripartizione filosofica di cui sopra. Un modo piuttosto furbo per scongiurare le ire dei pizzaioli campani scandalizzati dall'idea di poter competere con colleghi veneti o marchigiani. E partiamo proprio dalla Campania il nostro viaggio nelle migliori pizze italiane.

Per chi suona la.... Campana.

Sono dieci gli indirizzi dove mangiare una grande margherita a Napoli e dintorni: nel capoluogo Da Attilio alla Pignasecca, nelle due sedi de La Notizia (in via Caravaggio ai numeri 53 e 94), da Sorbillo, da Starita e alla Trattoria Fresco. Tre insegne sono nella provincia partenopea: Era Ora a Palma Campania, Salvo da Tre Generazioni a San Giorgio a Cremano e Massè a Torre Annunziata, che si aggiudica anche il premio per la migliore ricetta, la Pizza dell'Alleanza con fior di latte di Agerola, scaglie di Conciato romano, cipolla ramata di Montoro e Lardo di Colonnata. E poi a Caiazzo, nel Casertano, c'è Pepe in Grani, un marchio già cult per gli amanti della pizza tonda.

A ciascuno la sua.

Qui stravince Roma, che in pochi anni si è trasformata in vera capitale alternativa del forno. Tre sono gli indirizzi imperdibili nella capitale: due si devono alla creatività di Stefano Callegari, punto di riferimento se non altro per l'invenzione del «trapizzino» (un angolo di pizza bianca ripieno di trailer della cucina romana, come la trippa o la coda alla vaccinara) e della pizza cacio&pepe che da sola vale il viaggio. Uno, Sforno, è a Cinecittà e l'altra, Tonda, a Montesacro. Pizze di periferia ma a quote siderali. Terzo indirizzo romano La Gatta Mangiona, che ha anche una straordinaria carta di birre, vini e Champagne da abbinare alle pizze. Fuori Roma sono premiati con i «tre spicchi» (il simbolo dell'eccellenza scelto dai curatori della guida) Libery Pizza & Artigianal Beer a Torino e La Sorgente di Guardiagrele (Chieti).

Pizza gourmet.

Qui la creatività la fa da padrone e salta ogni schema. Anche geografico. Non è un caso che a farla da padrone è il Veneto con ben tre insegne: Ottocento Simply Food a Bassano del Grappa (Vi), I Tigli a San Bonifacio (Vr) e Saporè a San Martino Buon Albergo (Vr). Altri indirizzi da urlo sono Pomodoro&Basilico a San Mauro Torinese (To),'O Malomm a Coriano (Rn), 'O Fiore Mio a Faenza (Ra), Apogeo Giovannini a Pietrasanta (Lu), La Spela a Greve in Chianti (Fi), Urbino dei Laghi a Urbino e La Fucinaa Roma. Quest'ultima che ha una caratteristica unica: il patròn Edoardo Papa propone ai clienti che le varie pizze ordinate da uno stesso tavolo vengono servite una per volta secondo una sequenza crescente per sapori e già tagliate in modo che tutti i commensali possano assaggiare ciascuna in un vero percorso degustativo.

E quelle al taglio?

Categoria a parte è quella delle pizze «quadrate». Qui c'è un fuoriclasse che fa storia a sé: è il già citato Gabriele Bonci, vulcanico fornaio che in un buchetto chiamatoPizzarium a Roma, a due passi dal Vaticano, da anni stupisce con una pizza dalla creatività esagerata (per qualcuno lo sono anche i prezzi, ma si sa: la qualità non bada a spese). A fare da scudieri a Bonci nella pizza a quadretti c'è un'altra insegna romana (Angelo e Simonetta), due toscane (Menchetti ad Arezzo e Divina Pizza a Firenze) e una veneta: Sapore Asporto a San Martino Buon Albergo (Vr).

lunedì 3 giugno 2013

La cricca dell’olio poco extravergine arriva in tribunale – POSTED ON GIUGNO 2, 2013 POSTED IN: FRAUDS, INCHIESTE



Se c’è un prodotto irrinunciabile per le tavole degli italiani, questo è senza dubbio l’olio d’oliva. Protagonista della tradizione culinaria nostrana, rappresenta per tutto il bacino del Mediterraneo un elemento fondamentale anche in termini industriali.
Ogni anno nel mondo si consumano oltre due milioni di tonnellate d’olio d’oliva. Un tale livello di consumo richiede enormi quantità di olio, di qualità ragionevole e a prezzi accessibili, per essere distribuito nei nostri supermercati.

Dalle olive alla tavola

L’olio in commercio in Italia è quasi sempre etichettato come extra vergine, la categoria più alta fra le tre comunemente usate. Le altre due, il vergine ed illampante sono di qualità inferiore. In particolare l’olio ‘lampante’ non è considerato commestibile, il nome deriva dal suo utilizzo in passato come combustibile per lampade.
Questa categorizzazione è decisa e regolamentata dal Consiglio Internazionale dell’Olio di Oliva (CIO), un istituto internazionale fondato a Madrid nel 1959 e che raggruppa le nazioni produttrici di olio d’oliva. Il CIO gestisce il mercato internazionale dell’olio di oliva oltre a stabilire i parametri per i test di qualità.
La maggior parte dei consumatori non sa che, ad eccezione di alcune denominazioni geografiche protette, tutto l’olio d’oliva è di fatto una miscela di oli d’oliva diversi. Ogni anno molte varietà di olive vengono prodotte in quantità e qualità diverse. Eppure, tutti gli anni il consumatore è in grado di acquistare lo stesso olio della stessa marca che avrà lo stesso gusto e le stesse caratteristiche.
Di conseguenza, ‘correggere’ olio dal sapore ‘cattivo’ con olio di migliore qualità e sapore (non necessariamente proveniente dall’Italia) è una pratica perfettamente legale, oltre che universalmente adottata.
L’importante è rientrare nei parametri di legge per le varie categorie olearie e soprattutto fornire al compratore, sia esso un imbottigliatore o un distributore, esattamente l’olio dal sapore desiderato.
Se il cliente vuole un extra vergine, si fabbrica un extra vergine, se vuole un vergine, si fabbrica un vergine. E così via. Tutto matematicamente misurato sui parametri di legge, con il beneplacito di istituzioni di controllo, produttori di ogni paese e esportatori.

Il mercato del falso

Una prassi del genere purtroppo apre le porte al rischio di frode, promuovendo un sistema in cui le tentazioni a commettere irregolarità sono elevate.
Olio importato da Spagna, Tunisia e Grecia viene rivenduto come extra vergine prodotto in Italia: un fenomeno in crescita che nel 2011 ha raggiunto il suo massimo storico con 584mila tonnellate di olio di import, a fronte di una produzione nostrana in calo a 483mila tonnellate.
Il panorama internazionale vede oggi l’Italia come centro nevralgico del commercio di olio, mentre la Spagna rappresenta il cuore produttivo, con una produzione annuale circa quattro volte superiore alla nostra. Altri paesi, come Grecia e Tunisia, producono quantità minori, esportando generalmente il meglio della loro produzione, che diventa elemento ‘correttivo’ delle miscele fatte con oli più insapori.
“In generale la quantità di olio italiano all’interno di una bottiglia ‘Made in Italy’ non supera mai il 5-10%”, afferma un importante imprenditore olivicolo italiano che intende rimanere anonimo.
I signori dell’olio infatti non spremono più, ma trasformano: molto meno costoso e più redditizio. Trasformano, manipolano, deodorano, profumano. Soprattutto, importano. Comprano a mani basse all’estero e rivendono in Italia e anche fuori. Un flusso ininterrotto di miscele di oli ‘comunitari’ e ‘non comunitari’ che viaggia ogni giorno da e verso l’Italia, da Sud a Nord, a bordo di tir e navi cisterna.

Gli intermediari dell’olio: il caso Valpesana

Questo enorme traffico passa in primo luogo fra le mani di intermediari: aziende specializzate nel comprare e rivendere olio sfuso e che fungono da anello di collegamento tra i produttori e i distributori. Queste aziende producono miscele altamente tecnologiche, con oli raffinati sempre più perfetti, a prova di qualsiasi test di laboratorio, o quasi.
Una delle aziende intermediarie più importanti per quantità di olio trattato e giro di affari è, senza dubbio, la toscana Azienda Olearia Valpesana (AOV), con sede a Monteriggioni. Il caso della Valpesana, data la sua posizione di cerniera fra varie altre aziende, ci offre un punto di vista unico su tutto il sistema oleario italiano e non solo.
Il 14 maggio 2012, la Guardia di Finanza e l’Ispettorato centrale repressione frodi (ICQRF), coordinati dalla Procura di Siena, sequestravano alla Valpesana oltre 8.000 tonnellate di olio. Secondo gli inquirenti, si trattava di olio ‘falso’, contrassegnato cioè sia per origine che per qualità in modo fraudolento.  Per questo il titolare dell’azienda, Francesco Fusi, veniva arrestato nell’ambito dell’indagine condotta dal sostituto procuratore Aldo Natalini.
La AOV conta un fatturato di circa 114 milioni di euro nel 2011, e fino al momento del sequestro annoverava tra i clienti grosse aziende quali Carapelli, Monini, Azienda olearia del Chianti, Coricelli, De Cecco, Oleificio Salvadori, Oleificio Cisano del Garda e Certified Origins.
Tra i clienti stranieri della Valpesana vi erano anche la statunitense Olio Tuscany Vinegar, la tedesca Rewe e la francese Lesieur.
Fusi, socio anche dell’azienda olearia spagnola Aldaste, acquistava grandi partite di olio spagnolo da diversi fornitori grazie all’intermediazione di Rosa Moliterno, titolare della Iberia de Aceites.
In base alle accuse, Fusi si sarebbe avvalso di grandi capacità di miscelazione e di taglio, soprattutto con gli oli spagnoli.
In particolare si sarebbe trattato di olio dichiarato extra vergine italiano o greco, ottenuto in realtà da una miscela di oli di diversa provenienza, in alcuni casi addirittura con presenza di margarine vegetali. Per queste sofisticazioni sembra sia stata molto importante l’intermediazione di Iberia de Aceites e della signora Moliterno: sarebbe stata lei a fornire gli oli spagnoli per i ‘tagli’ delle miscele a Fusi.
E in alcuni casi, come emerge dalle intercettazioni, anche del ‘lampantino’, un olio con tutti gli aspetti chimici del lampante ma conforme come rilevazione delle impurezze e delle umidità. Secondo le dichiarazioni fatte agli inquirenti da Fabio Lattanzio, ex-dipendente della Valpesana, Fusi un giorno specifica ai suoi dipendenti che “senza l’operato della Sig.ra Moliterno ‘non si compra un chilo d’olio, se non si compra non si vende e voi fate le valigie’.”
Il colpo di scena avviene quando, durante le perquisizioni gli investigatori ritrovano, occultato letteralmente sotto il mattone, un registro non ufficiale dove venivano segnate le reali provenienze e qualità degli oli contentuti nelle cisterne.
Assieme al registro salta fuori un vero e proprio ‘ricettario’ con le modalità di miscela e i ‘tagli’ da praticare. Altri ricettari non sono stati rintracciati perché, lo racconta l’ex addetto al laboratorio della Valpesana Fabio Lattanzio, distrutti dopo il primo intervento della GDF. Inoltre, sempre secondo l’ex dipendente, agli addetti al laboratorio era stato ordinato di scrivere solo il minimo indispensabile, mentre tutti i dati del computer erano stati eliminati.
Dalle parole di Lattanzio si capisce che se una determinata miscela di oli non fosse rientrata nella norma, si sarebbe ridefinita la ricetta a computer: “Talvolta si aggiungevano extra vergini di diversa provenienza e c’era sempre una percentuale di vergine che corrispondeva ai ‘lampantini’.”
Il ritrovamento della contabilità occulta ha permesso al pm Natalini di tracciare “i veri parametri chimici degli oli venduti come extra vergine rispetto ad alchil-esteri, perossidi e livelli di acità, tutti molto al di sopra dei parametri di legge.”
Grazie al ‘ricettario’, il prodotto finale della miscelatura appariva come un olio perfettamente conforme alle normative vigenti. Secondo la Procura di Siena, sarebbe il ‘ricettario’ segreto, e non i registri ufficiali dell’azienda, vero ‘testimone’ d’accusa.
Paolo Vannoni, direttore amministrativo AOV, in un’intercettazione si sfoga dicendo che la Valpesana ha fatto il “lavoro sporco” per i clienti che si lamentavano dell’olio italiano troppo amaro e che chiedevano di addolcirlo (per esempio con del greco).
La maggior parte delle aziende compratrici compaiono infatti come parte lesa, solo la Salvadori è stata trovata in concorso e ha deciso per il patteggiamento, ma dalle intercettazioni emerge che diverse altre aziende accettavano prodotti di scarsa qualità in virtù di un prezzo concorrenziale. Rimane quindi il dubbio di quanto fosse davvero ‘invisibile’ la frode Valpesana, almeno per gli specialisti del settore.

“Dammi almeno una parvenza di extravergine”

Una svolta alle indagini è venuta dalle intercettazioni della Guardia di Finanza di Siena. Fondamentale quella del 22 febbraio 2012: “Bisognerà che tu mi mandi (un olio) con una parvenza di extra vergine”. Patrizio Salvadori, titolare dell’omonimo oleificio fiorentino fondato dalla sua famiglia nel 1900, sta parlando con Fusi. E con lui si lamenta della scarsa qualità della fornitura, non qualificabile come olio extravergine d’oliva. E aggiunge: “Dev’esse’ un olio extravergine, quanto meno ti devi rischiare sia extravergine”. Ottenendo però da Fusi una risposta sconcertante: “E tu sai bene il che tu compri a 1 e 88 e lo sai bene”. Come dire, a quel prezzo lì che cosa pretendi?
Fabio Lattanzio dice qualcosa di più: […] Secondo Fusi si doveva operare su ‘una sottile linea tra legalità e illegalità’, e giocare sulla miscelazione […] ad esempio, nei primi anni si ricorreva all’olio tunisino per riportare il tenore dei pesticidi degli altri oli nei limiti di legge.”
Francesco Fusi, intervistato su questo punto, ci ha assicurato che le sue miscele rispettavano le normative: “Tutto l’olio sottoposto a sequestro (le 8.000 tonnellate n.d.r.) è stato interamente restituito alla Valpesana in quanto risultato conforme alle normative vigenti”.
Vero, dissequestrato sì, su ordine del pm Natalini, ma solo dopo che è stato declassato, cioè “abbassato”, il 30-40% del prodotto sequestrato ad una categoria merceologica inferiore a quella indicata: ovvero, non più come extra vergine.
Il che significa che la Procura ha ritenuto ‘non conforme alla normativa’ non le miscele in sé ma la descrizione merceologica con le quali la Valpesana le vendeva.
Va detto però che non è semplice accertare, una volta che l’olio viene miscelato nelle cisterne, se i valori dichiarati corrispondano al vero: le analisi prescritte a norma di legge non sono infatti in grado di rilevare tutte le sofisticazioni, in particolare se l’olio è deodorato o ‘deodorato-soft’.
Ma tra gli esperti del settore, a volte l’olio ‘lavato’ puo’ essere identificato con un assaggio. È il caso della Zamboni snc. Il titolare, Sig. Zamboni, accorgendosi che l’olio ordinato alla AOV non era come quello del campione, reagisce con forza minacciando di prendere provvedimenti legali.
Intervistato, esprime il suo rammarico nei confronti di un settore troppo fuori controllo: “Per più di una volta volevano vendermi un olio di qualità ben inferiore a quello concordato in precedenza, e tutte le volte ho rifiutato e restituito il carico. Solo assaggiandolo e senza alcun test di laboratorio capivo che non era olio di qualità. Le aziende più attrezzate di altre o che hanno capacità superiori ai loro concorrenti, si affidano a questa prassi che è molto usuale in questo settore, soprattutto quando acquisti in un ‘secondo passaggio’ e non direttamente dal produttore”.
Il caso Valpesana è emblematico proprio perchè per la prima volta gli inquirenti avrebbero identificato la presenza del deodorato. L’olio deodorato è olio che ha subito una particolare pulitura per rimuoverne difetti e cattivo odore. Il procedimento, di natura chimico-fisica, avviene sottoponendo l’olio a distillazione in corrente di vapore sotto vuoto a temperature elevate (200° C). Il cosiddetto ‘deodorato soft’, è invece una miscela di olio deodorato e oli normali.
Sempre dalle dichiarazioni di Lattanzio si deduce che nel caso della Valpesana il dedorato entrava in azienda come prodotto ‘A’ e prodotto ‘B’.
Il prodotto ‘A’ aveva alchil-esteri nel limite grazie al ‘lavaggio’ svolto dai fornitori spagnoli, mentre al ‘B’ corrispondevano extra vergini con alchil-esteri fuori dai limiti di legge. ‘A’ e ‘B’ di solito venivano mischiati nelle normali operazioni di taglio operate dalla Valpesana. Il lavaggio avveniva sempre in Spagna sia su vecchi extra vergini con alchi esteri alti oppure su lampanti (in alcuni casi semplicemente riscaldando i serbatoi per fare evaporare metanolo e etanolo, generatori di alchil-esteri).
Subito dopo l’arresto di Fusi, messo ai domiciliari nel maggio 2012, altri tre dirigenti dell’azienda – non sapendo di essere già sotto controllo – iniziano ad escogitare un modo per eliminare ‘il corpo del reato’, e tra gli altri una cisterna denominata DS11/1 piena di fondame, da loro stessi definito addirittura peggio del deodorato, in particolare, dicono gli stessi indagati, era contenuto nel serbatoio ES 05.
Esemplicativa è la reazione di Vannoni, direttore amministrativo di AOV, che dopo avere ammesso che “s’è agito, maremma bona, pigliando la Grecia e targandola Italia, praticamente”, propone di svuotare le cisterne mettendoci dentro lampante o “altra roba” sprecando 40.000 euro pur di salvare il salvabile.
Come ci spiega il sostituto procuratore Natalini, le analisi chimiche “rappresentano solo l’infiocchettatura di un impianto probatorio basato principalmente sulle prove documentali ritrovate, e sulle intercettazioni ambientali e telefoniche effettuate”. Ma per dare più corpo alla sua indagine, il procuratore ha deciso di avvalersi anche di analisi all’avanguardia che potessero scovare il famigerato deodorato. Giovanni Lercker, professore del dipartimento di Scienze degli Alimenti dell’Università di Bologna, ha testato i campioni di olio sequestrato con metodi sperimentali, che hanno dimostrato la presenza del ‘deodorato-soft’, largamente diluito con altri oli e per questo non rilevabile dalle analisi standard.
Di fronte a simili accuse Francesco Fusi si difende: “Vorrei precisare che la normativa di riferimento è il Reg. CEE 2568|91 e successive modifiche che già prevede un quadro analitico molto complesso per definire un olio extra vergine.Ritengo che un’indagine non sia il contesto corretto nel quale procedere ad analisi sperimentali che, invece, dovrebbero prima essere validate nell’ambito di contesti scientifici, e solo in seguito applicate nell’ambito di procedure giudiziarie.”
Il commento di Fusi alimenta quindi l’urgenza di nuove e più efficaci normative che regolino il mondo dell’olio d’oliva.
Ciò detto, quando si ha a che fare con grandi carichi di olio, come quelli movimentati dalla Valpesana, è necessario investire grandi risorse nella migliore tecnologia olivaria. Considerando le grandi quantità di olio che restano invendute ogni anno (specialmente nell’enorme produzione spagnola) destinate a scendere di categoria e di prezzo, resta il sospetto che alcuni produttori giochino una partita oltre le righe.
Spesso l’olio sequestrato viene rimesso in commercio e non è possibile per le autorità procedere ad ulteriori accertamenti,  spiega l’ex-dipendente Lattanzio, come “[…] il fatto di doversi preparare con alcuni giorni di anticipo alle ispezioni che arrivavano da parte di alcuni enti dello Stato; in questi casi dovevo eliminare e nascondere delle cose, sistemare la documentazione.”
E poi ci sono le complicità ad alto livello. Nel settembre 2012, gli inquirenti arrestano a Firenze – con l’accusa di partecipazione esterna in associazione a delinquere e di rivelazione di segreti d’ufficio – un funzionario infedele del MIPAAF (Ispettorato per la tutela della Qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari). Il funzionario avrebbe informato le aziende olearie dei controlli imminenti, e tra queste c’era anche la Valpesana.
L’attività investigativa a carico di AOV non è partita con un’operazione contro le repressioni di frodi alimentari bensì a seguito di una semplice verifica fiscale della Guardia di Finanza. E’ stato solo grazie al lavoro sinergico tra le forze di polizia giudiziaria (GDF e ICQRF) sotto la direzione del pm Natalini che gli elementi indiziari sono emersi.
Ora l’indagine è finita. Patrizio Salvadori ha patteggiato e ne è uscito. Per il resto la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per Fusi e altri otto, oltreché per la persona giuridica Valpesana. Sullo sfondo, l’ipotesi che la merce sequestrata alla AOV, se venduta secondo la qualifica originaria, avrebbe fruttato un guadagno illegale di mezzo milione di euro: tanto sarebbe  il profitto calcolato dalla Finanza ai fini della responsabilità amministrativa della società. Manca ancora un tassello: stabilire se mandare tutti a processo oppure prosciogliere sarà compito del giudice Monica Gaggelli.
Se le accuse contro la Valpesana si dimostreranno fondate, potrebbe essere l’inizio di un terremoto per tutto il mondo dell’olio d’oliva. Il che, forse per la prima volta, porterebbe a regolamentare diversamente un mercato sempre più fuori controllo.
* Giulio Rubino, Lorenzo Bodrero, Cecilia Anesi. Questo articolo fa parte di “Food for Fraud”, inchiesta sulle frodi alimentari prodotta da IRPI e finanziata da European Fund for Investigative Journalism. Supervisione di Leo Sisti.
Due versioni ridotte di questo articolo sono state pubblicate su Il Fatto Quotidiano (vedi sotto) e Il Fatto Quotidiano online il 2 giugno 2013.
















sabato 11 maggio 2013

Spaghetti alle cime di rapa

Ingredienti:
Cime di rapa precotte, aglio, olio evo, peperoncino, spaghetti.

Consigli per la preparazione:
Mentre cuociono gli spaghetti mettete in padella l'aglio tritato molto finemente con il peperoncino e l'olio evo. Chi le gradisce può aggiungere anche due filetti  di acciughe sottolio. Una volta imbiondito l'aglio mettere le cime di rapa e fatele insaporire e quando avrete scolato gli spaghetti li verserete in padella.
Buon appetito.

venerdì 10 maggio 2013

Ziti piccanti e rustici

Questo piatto è dedicato a tutti coloro che soffrono di emorroidi per i quali i medici consigliano di mangiare molti legumi; gustatelo come un altro tipo di pasta e fagioli.

Ingredienti:
Ziti o zitoni, aglio, olio, peperoncino, fagioli borlotti, polpa di pomodoro, sale e parmigiano/grana padano/trentino.

Consigli per la preparazione:
Spezzare gli ziti in quattro parti facendo attenzione ad utilizzare i pezzettini che si creano quando si spezzano gli ziti. Mentre cuociono gli ziti mettete in padella l'aglio ben sminuzzato, il peperoncino e l'olio evo e quando l'aglio sarà dorato mettete prima i fagioli borlotti (vanno benissimo anche quelli in scatola) quindi la polpa di pomodoro in quantità adeguata e salate il tutto.
Buon appetito.

mercoledì 8 maggio 2013

Carbonara alla Ualanegna


Questo piatto succulento è nato dopo che ho visto Giampiero Mughini presentarne uno molto simile in TV.

Ingredienti:
Olio evo, aglio, peperoncino, guanciale, uovo intero, parmigiano e ....spaghetti o la pasta che preferite.

Consigli per la preparazione:
Mentre gli spaghetti che avete buttato nella pentola stanno cuocendo dedicatevi al condimento.
Fate soffriggere uno spicchio d'aglio ben sminuzzato in olio evo, quindi aggiungete 50 g. di guanciale (dose x una porzione). A questo punto aggiungete del peperoncino piccante a volontà, (intero, in polvere o sminuzzato secondo il vostro gusto). Cercate di far coincidere la cottura del guanciale con quella della pasta perché quando il guanciale sarà bello croccante dovrete spegnere il fornello e buttare la pasta, al dente, in padella (consiglio una di quelle vecchie di alluminio, eccezionali). A questo punto dovrete aprire l'uovo e gettare tuorlo ed albume sulla pasta e girare ben bene la pasta. Potete aggiungere il formaggio, va benissimo anche il pecorino se lo preferire) a questo punto oppure lo aggiungerete quando la pasta sarà nel piatto.
Buon appetito!

domenica 10 marzo 2013

LE PASTELLE


  • LISCIA
Va bene per le verdure come i carciofi e i cavolfiori.
Ingredienti: Farina 00, acqua tiepida.

Importante: niente sale.

  • ALL'OLIO
Va bene per le carni tipo pollo e coniglio.
Ingredienti: Farina 00, acqua tiepida, 2 cucchiai di olio di arachidi, 2 albumi montati a neve con la forchetta.

Importante: niente sale, insaporire le carni con olio e spezie varie.

  • CON LIEVITO DI BIRRA
Va bene per il Baccalà e i fiori di zucca.
Ingredienti: Farina 00, acqua tiepida, ½ cubetto di lievito di birra, 3 cucchiai di olio di arachidi, 2 albumi montati a neve con la forchetta, alcuni cubetti di ghiaccio.

Importante: niente sale.

  • TEMPURA
Va bene per il pesce, anelli di cipolla, funghi e finocchi.
150 g. di farina 00,150 g. di acqua fredda, 150 g. di birra, 150 g. di fecola di patate, alcuni cubetti di ghiaccio.

Importante: niente sale e tenere in frigorifero per 2 ore.


sabato 26 gennaio 2013

PIEDINO DI MAIALE CON FAGIOLI

PIEDINO DI MAIALE CON FAGIOLI

Se avete paura del colesterolo state alla larga, ma se volete godervi la vita vi consiglio di gustarvi questo piatto; credetemi, ne vale la pena anche gustarlo da soli come ho fatto io.

Ingredienti:
1 Piedino di maiale
1 carota
1 pezzo di sedano
1/2 scatola di fagioli borlotti
2 foglie di alloro alimentare
1/2 scatola di polpa di pomodoro
2 cucchiaini di concentrato di pomodoro
olio evo, sale, peperoncino q.b

PREPARAZIONE

Tagliate in due il piedino e mettetelo nella pentola a pressione con acqua salata, la carota e il pezzo di sedano. Fate cuocere per 45' a fuoco bassissimo dopo che la pentola ha fischiato. Dopo che avrete fatto cuocere il piedino dovete disossarlo e farlo a pezzetti (vedi foto). In una padella mettete olio, aglio tagliato a fettine sottilissime, peperoncino e fate imbiondire l'aglio. Quando l'aglio sarà pronto aggiungete la polpa e il concentrato di pomodoro e dopo qualche minuto aggiungete i fagioli con il liquido della scatoletta, le due foglie di alloro e aggiustate di sale. A questo punto aggiungete i pezzetti di piedino e lasciate cuocere per circa 10'.
Assaggiate per verificare la giusta cottura e poi versate il contenuto della padella nel piatto; mi raccomando di non fare come i cowboy perché la padella scotta.

Google english

LEG OF PORK WITH BEANS


If you are afraid of cholesterol stay away, but if you want to enjoy the life I suggest you enjoy this dish, believe me, it's worth it even taste it yourself like I did.

Ingredients:
1 leg of pork
1 carrot
1 piece of celery
1/2 box of beans
2 bay leaf food
1/2 tin of chopped tomatoes
2 teaspoons tomato paste
extra virgin olive oil, salt, pepper q.b

PREPARATION

Cut into two foot and put it in a pressure cooker with salt water, the carrot and the piece of celery. Cook for 45 'low fire after the pot has blown the whistle. After you have cooked the leg and make you disossarlo into small pieces (see photo). In a pan put oil, garlic cut into thin slices, red pepper and let brown the garlic. When the garlic is cooked, add the meat and the tomato paste and after a few minutes, add the beans with the liquid from the box, the two bay leaves and salt. At this point add the pieces of leg and cook for about 10 '.
Try to verify the correct cooking, then pour the contents of the pan into the pot, I highly recommend you do not like cowboys because the pan is hot.