venerdì 22 marzo 2019

Bisfenolo nei cartoni delle pizze, ma è pericoloso? Niente allarmi, ma prudenza


Corriere della Sera
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SALUTE

L’INDAGINE

Le analisi condotte da il Salvagente richiamano l’attenzione sul Bisfenolo A e sulle tutele necessarie per i consumatori: sostanza tossica in due imballaggi su tre
di Vera Martinella
Bisfenolo nei cartoni delle pizze, ma è pericoloso? Niente allarmi, ma prudenza 

I cartoni per trasportare la pizza possono essere pericolosi per la salute o sono sicuri dal punto di vista sanitario? A richiamare l’attenzione dei legislatori e dei produttori sulla questione è un’indagine condotta da il Salvagente, rivista impegnata contro le truffe ai consumatori , che ha trovato tracce di sostanze nocive in due imballaggi su tre. «Ma non è il caso di lanciare un allarme – commenta l’esperto Carlo La Vecchia, ordinario di Epidemiologia all’Università degli Studi di Milano -: le quantità di sostanze tossiche che possono essere assunte con il solo contatto di una pizza con il cartone è davvero difficile da misurare e, quand’anche si verificasse, si tratterebbe di una “dose” talmente limitata che è davvero improbabile possa causare danni al nostro organismo».

L’indagine: sostanza tossica in 2 cartoni su 3 (non prodotti in Italia)
Le associazioni dei consumatori hanno sporto varie denunce in questi anni, per il fatto che nei cartoni sono state rintracciate sostanze tossiche e nocive. Le analisi ora condotte da il Salvagente hanno fatto analizzare in laboratorio gli imballaggi per pizza prodotti da tre diverse aziende (una spagnola, una tedesca e una italiana) indagando sulla «migrazione» del bisfenolo A (o Bpa, composto di sintesi utilizzato nella produzione della plastica) dalla scatola all’alimento. Solo nelle scatole prodotte all’estero però è stata rilevata la presenza della sostanza tossica. «Lo ritroviamo in due cartoni su tre in concentrazione elevate, superiori a quelle consentite per i contenitori in plastica, e la “traccia” che quei cartoni sono stati prodotti con carta riciclata, vietata dalla legge per il trasporto della pizza» scrivono nelle loro conclusioni. Il passaggio della sostanza verrebbe scatenato dall’alta temperatura che raggiunge il cartone (60-65 gradi) in cui si mescolano gli acidi del pomodoro e i grassi della mozzarella e dal tempo prolungato in cui la pizza, dopo essere uscita dal forno, resta all’interno del contenitore.

Bisfenolo A, messo al bando dai biberon perché pericoloso
Il bisfenolo A è un composto di sintesi utilizzato nella produzione della plastica, già stato al centro dell’attenzione una decina d’anni fa quando è stato messo al bando dalle tettarelle e dai biberon europei per la sua azione sul sistema endocrino, quello che regola molte funzioni del nostro organismo tramite la corretta produzione degli ormoni. Che c’entra un composto utilizzato per la plastica nei cartoni per la pizza? Il problema è in effetti relativo soltanto ai contenitori realizzati con carta riciclata. Le norme attuali impongono però che i cartoni per pizza siano realizzati esclusivamente con cellulosa vergine, vietando l’utilizzo di carta riciclata per i prodotti “umidi”: in tal modo sono bandite le sostanze chimiche potenzialmente tossiche che col calore potrebbero trasferirsi dal cartone agli alimenti. «La commissione Envi Ambiente, sanità pubblica e sicurezza alimentare del Parlamento europeo il 14 gennaio 2108 pur abbassando i limiti di migrazione del bisfenolo A dai contenitori agli alimenti (da 600 a 50 parti per miliardo) e portare a zero la soglia negli involucri per alimenti destinati a bambini e neonati ha votato contro l’eliminazione totale di questa sostanza. Nonostante questa tolleranza – da molti giudicata eccessiva – con i valori che abbiamo misurato nelle nostre analisi i due contenitori per la pizza risultati contaminati sarebbero fuorilegge» si legge nell’indagine del Salvagente.

Il parere dell’esperto: nessun allarme per i contenitori della pizza
«Il discorso relativo al bisfenolo A e ad altri agenti chimici affini è stato ampiamente affrontato una decina d’anni fa quando diversi studi avevano evidenziato il problema per le plastiche alimentari – commenta La Vecchia -. Gli effetti nocivi per l’uomo sono stati studiati a lungo e sono state prese le misure necessarie. Il principio da seguire, in caso di questi elementi sospetti, è comunque quello di prudenza: tanto più in considerazione del fatto che è facile eliminare questo elemento dalla produzione i imballaggi per alimenti, anche in assenza di una sua reale pericolosità, meglio sarebbe eliminarlo del tutto. Sia ben chiaro, però, che questo non significa che i cartoni per la pizza sono pericolosi: quando anche siano effettivamente misurate (e non è semplice farlo in modo univoco per tutte le pizze e tutti cartoni, ndr) le concentrazioni di queste sostanze nocive in grado di passare dal contenitore all’alimento sono così basse da non poter arrecare danni misurabili alla salute delle persone».

giovedì 14 marzo 2019

Funghi, ne mangi almeno 300 grammi a settimana? Studio sconvolgente: le conseguenze per il tuo cervello

SCIENZA
I funghi potrebbero essere un ottimo alleato a tavola per mantenere giovane il cervello: infatti uno studio su oltre 600 persone ha svelato che mangiare 300 grammi o più di funghi a settimana potrebbe addirittura dimezzare il rischio di declino cognitivo, ovvero di quei subdoli deficit patologici delle capacità mentali che spesso rappresentano l'anticamera della demenza.
Pubblicato sul Journal of Alzheimer's Disease, lo studio è stato condotto da Lei Feng della National University of Singapore, che sta attualmente pianificando una sperimentazione clinica con una sostanza estratta dai funghi e già sotto i riflettori perché precedenti studi ne hanno suggerito le potenziali proprietà anti-invecchiamento e anti-demenza:si tratta dell''ergotioneina', un amminoacido con funzioni antiossidanti e antinfiammatorie, assimilabile con la dieta.

In un precedente studio gli esperti asiatici avevano visto che anziani con declino cognitivo presentano un deficit di questa sostanza nel sangue.

Nel nuovo lavoro gli esperti hanno analizzato il rischio di declino cognitivo, confrontando il consumo di sei funghi molto usati nella cucina asiatica (ma non così diversi per proprietà nutritive rispetto ai funghi della nostra tradizione gastronomica). Gli anziani sono stati seguiti per sei anni e sottoposti a batterie di test fisici e neurposicologici. È emerso che mangiare mezzo piatto di funghi a settimana (300 grammi circa) si associa a un rischio dimezzato di soffrire di declino cognitivo. "Questa correlazione è sorprendente e incoraggiante - dichiara Feng -. Sembra che un singolo ingrediente della tavola, peraltro facilmente disponibile, possa avere effetti ragguardevoli sulle funzioni cognitive". 
   
 

martedì 19 febbraio 2019

Sua Maestà il Peperoncino

BRUCIA IL PALATO (E LE CHIAPPE) PERÒ FA BENE: TUTTE LE VIRTÙ DEL PEPERONCINO - È ANTIBATTERICO, RICCO DI CAROTENE E DI VITAMINE, RIEQUILIBRA LA PRESSIONE, LENISCE IL DOLORE AGLI ARTI E AI NERVI, STIMOLA IL METABOLISMO. E C'È CHI RIESCE E MANGIARNE PURE UN CHILO - MALGRADO LE CREDENZE POPOLARI, NON È MAI STATO ACCERTATO IL SUO POTERE AFRODISIACO…

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Gemma Gaetani per “la Verità”

Vi piace il peperoncino? Se no, dovreste farvelo piacere, almeno ogni tanto, perché fa bene. Chiamiamo abitualmente peperoncino alcune specie di piante del Capsicum, un genere della famiglia delle Solanacee alle quali appartengono anche patate, peperoni, melanzane, pomodori e tabacco.

Usiamo metonimicamente la bacca per indicare la pianta, ma, in realtà, confermiamo l' etimologia: la parola latina capsicum deriva da capsa, che vuol dire scatola, proprio in riferimento alla bacca in quanto contenitore dei semi del peperoncino. Secondo un' altra teoria etimologica, capsicum deriverebbe dal greco kapto, con il significato di mordere e con riferimento a quella sensazione di bruciore che pare morsicare la lingua, le labbra e il cavo orale.

A nostro avviso, ha più senso la prima tesi, che, oltretutto, ci conduce a un altro elemento importante da sapere sul peperoncino: le molecole che danno luogo al gusto piccante sono maggiori nella capsa, ossia nella bacca, in particolare nella membrana interna, che nei semi. Se, quindi, volete ridurre la percentuale di piccante dei piatti, utilizzando il peperoncino, usate bacca e semi o solo semi. Se volete ampliarla, eliminate i semi e usate più bacche. Sappiate, inoltre, che la capsaicina è superiore nella parte alta della capsula e man mano diminuisce.

Se avete piantine di peperoncino in vaso sul balcone o in un orto, per aumentarne la piccantezza, prima della raccolta, assetatele un po': diminuite o non effettuate proprio le innaffiature nei due-tre giorni precedenti. Non tutte le piante del genere Capsicum, tuttavia, sono piccanti. Non lo è il peperone, infatti anche detto peperone dolce. Non lo sono alcuni peperoni più piccoli del classico peperone. Ma a cosa è dovuta la piccantezza?



Innanzitutto a un alcaloide di nome capsaicina. Con altri componenti che sono detti anch'essi capsaicinoidi, costituisce la squadra «incendiaria» che determina in ciò che il peperoncino tocca una sensazione di forte bruciore. I capsaicinoidi, poi, sono responsabili anche di ulteriori caratteristiche di sapore. Per questo motivo, ogni tipo di peperoncino piccante, fatta salva la costante della piccantezza, presenta varianti e sfumature gustative assai sottili ma percettibili.

A proposito del famoso bruciore, è interessante sapere che quando proviamo quella tipica sensazione di aumento della temperatura locale, mangiando peperoncino, in realtà si tratta di un' illusione dei nostri termorecettori. I capsacinoidi stimolano i cosiddetti recettori del caldo VR1 (recettori per i vanilloidi 1) che si trovano anche sulla lingua. Essi reagiscono all' incontro con la capsaicina mandando al cervello lo stesso segnale di bruciore che comunicherebbero se fossero stati davvero scaldati. Ma non lo sono stati. Questa è anche la ragione per cui i peperoncini non sono piccanti per tutti gli esseri viventi.

La capsaicina protegge la bacca. Il suo effetto «infiammante» serve da deterrente: il mammifero animale se ne tiene a distanza, quello umano ha imparato a dosare il piccante e a mangiarselo, a dispetto di ogni forma di difesa vegetale Ma, diversamente dai mammiferi, gli uccelli non possiedono i recettori nervosi sensibili alla capsaicina, quindi mangiano tranquillamente i peperoncini.

Molti allevatori utilizzano i peperoncini piccanti rossi, particolarmente nel periodo della muta, per pigmentare i canarini a fattore rosso - grazie al contenuto del peperoncino di carotene, zeaxantina, criptoxantina, luteina. Ricerche su storni, beccofrusoni dei cedri, ciuffolotti messicani, tordi americani dal becco ricurvo e piccioni hanno dimostrato che questi uccelli non sono irritati dalla capsaicina. I volatili, ghiotti di peperoncini, però, non se ne cibano e basta.

Sono proprio loro i responsabili della diffusione dei semi della pianta: ci sono quelli che cadono giù da soli mentre l' uccello becca la bacca e poi ci sono quelli contenuti nelle feci rilasciate in volo, perché i semi attraversano inalterati l' apparato digerente degli uccelli. Gli uccelli li mangiano ma li «ripiantano» anche. Insomma, per il peperoncino, l' analisi costi/benefici del rapporto con gli uccelli è positiva: più gli uccelli ne mangiano, più la specie si perpetua.

Non a caso, con la definizione «bird pepper», ossia «peperoncino degli uccelli», ci si riferisce a tutta una serie di specie di Capsicum estremamente piccanti, per lo più selvatiche, e con bacche piccole, caratteristica che aiuta gli uccelli a cibarsene.

Anche noi umani abbiamo istituito un rapporto di grande amore nei confronti del peperoncino. Sono molti, infatti, gli appassionati che li coltivano da sé, studiando, magari piantando con le proprie mani anche cultivar straniere e realizzando ibridazioni. Le specie più coltivate di peperoncino sono cinque.

La Capsicum annuum è la più diffusa e - oltre ai peperoni dolci - comprende il peperoncino comune italiano, il peperoncino di Cayenna e il peperoncino messicano jalapeño. Della Capsicum baccatum fanno parte il cappello del vescovo, l' aji amarillo e l' aji habanero. Capsicum chinense è una specie sudamericana (originaria dell' Amazzonia), che include l' habanero, lo Scotch Bonnet e il fatalii. Capsicum frutescens vede svettare il tabasco, con il quale si prepara l' omonima salsa liquida, e Capsicum pubescens il sudamericano rocoto. Sono tutti nomi che ai non esperti di peperoncino non dicono molto, ma un appassionato potrebbe disquisirne per ore.

Figura un po' sorella dell' appassionato di vino, sorta di sommelier del peperoncino autodidatta, l' amatore/assaggiatore di peperoncino ha anche la sua gara: l' Accademia italiana del peperoncino di Diamante, in provincia di Cosenza, organizza ogni anno il Campionato italiano mangiatori di peperoncino, con eliminatorie provinciali e regionali e finalissima a Diamante: trenta minuti di assaggi (peperoncini crudi e tagliuzzati in porzioni da 50 grammi, si può abbinare soltanto pane e olio).

Giuria composta da cinque componenti: il presidente, il giudice di tavola, due giudici di peso e, ragionevolmente, un medico. L' ultima edizione, a settembre scorso, è stata vinta da Arturo Rencricca, che ha bissato il successo dell' anno precedente e superato il suo record mangiando ben 1 chilo di peperoncino.

Pensateci: un chilo di peperoncino. Roba da mandare all' ospedale una persona con una tolleranza normale del peperoncino e difatti, sempre pochi mesi fa, un trentaquattrenne americano è finito al pronto soccorso proprio durante una gara di degustazione di peperoncini: dopo aver addentato il Carolina reaper, ha iniziato a vomitare violentemente e a sentire dolori in tutta l' area cranica. Diagnosi: un mal di testa a rombo di tuono secondario alla sindrome da vasocostrizione cerebrale reversibile.

Negli anni, i peperoncini sono divenuti sempre più piccanti. La scala Scoville, ideata da Wilbur Scoville nel 1912, misura la piccantezza di un peperoncino. Il valore Shu (Scoville heat units) indica la quantità di capsaicina equivalente contenuta in un peperoncino.

Uno dolce, che non contiene capsaicina, sulla scala Scoville ha valore zero. L'habanero, generalmente, presenta da 80.000 a 300.000 Shu.

Dipende dalle varietà, perché tramite incroci con varietà dolci si sono ottenuti habanero più delicati (la qual cosa aiuta chi ama il peperoncino, ma non la sensazione dell' esplosione di un incendio in bocca), mentre, di contro, l'habanero Red Savina misura ben 577.000 Shu e ha detenuto anche il Guinness dei primati come peperoncino più piccante. Attualmente il peperoncino più piccante del mondo è il Pepper X, ben 3.180.000 Shu, che ha spodestato il Dragon' s Breath, 2.480.000 Shu, che a sua volta superò nel 2013 il Carolina Reaper e le sue 2.200.000 Shu. Quest' ultimo aveva rubato il podio al Trinidad Scorpion Butch T. (1.463.8000 Shu), che a sua volta lo aveva scippato al Naga Viper (1.382.118 Shu).

Come vedete, seppure l' etimologia dal greco kapto (morso) sia dubbia, nei nomi di cultivar anche recenti il peperoncino è spesso associato a un animale che morde e il cui morso, tra vipere e scorpioni, fa decisamente parecchio male! Perciò facciamo lo spray al peperoncino e non, per dire, alla lavanda, come arma di difesa «vegetale». La gradazione Scoville di quello in uso alla polizia, laddove questa lo abbia in dotazione, come negli Stati Uniti, sta tra i 2.500.000 e 5.300.000 Shu, mentre gli spray a disposizione per i privati non superano i 2.000.000 di Shu.


A questo proposito può essere utile sapere che per tamponare la sensazione di bruciore, nel caso in cui ve ne sia necessità mangiando, si consiglia di bere del latte e mangiare del pane masticandolo ben bene, perché rimuove la capsaicina dal cavo orale in maniera meccanica. Dopo aver maneggiato il peperoncino per la preparazione delle vostre ricette, lavate sempre le mani con acqua e sapone onde evitare di toccarvi il viso e gli occhi con le dita «capsaicinate» e procurarvi il famigerato bruciore.

Perché fa bene quella che, secondo Cibo. La storia illustrata di tutto ciò che mangiamo, è «la spezia più coltivata al mondo»? In Super piccante di Maia Beltrame, una monografia molto bella dedicata al peperoncino, alcune proprietà sono così spiegate: «I semi [...

sono piccanti solo superficialmente, ma visto che contengono lecitina contribuiscono ad abbassare il tasso di colesterolo.

 Malgrado le colorate credenze popolari, che lo vogliono fidato complice di notti appassionate, non è mai stato accertato scientificamente che il peperoncino sia un efficace afrodisiaco. [...] Secondo alcune ricerche scientifiche, sembra che la sensazione di bruciore prodotta dalla capsaicina stimoli il cervello a produrre endorfine, sostanze che possiedono proprietà analgesiche: si tratterebbe quindi di una sorta di oppiaceo naturale».

Ancora: «Ottimo digestivo, mentre invece se ne sconsiglia l' uso a chi soffre di ulcera o di gastroenteriti. Favorisce infatti l' azione dei succhi gastrici ed evita la fermentazione e la formazione di gas intestinali, tanto che nelle regioni del Sud Italia è tradizione mettere nell' infuso di camomilla un cucchiaino di peperoncino in polvere e due di miele per risolvere i problemi di digestione, all' insegna del detto "un diavolo scaccia l' altro!".

[...] È un ottimo antibatterico e per questo motivo si è ampiamente affermato nella cucina dei Paesi asiatici e africani, dove è difficile la conservazione dei cibi per il clima caldo e per il contesto precario di igiene. Anche in Europa è utilizzato come conservante in molti salumi e formaggi».

In Italia, infatti, abbiamo, per esempio, la salsiccia pasqualora siciliana; in Calabria la salsiccia di Calabria, la soppressata in versione anche piccante e soprattutto la mitica 'nduja, una salsiccia spalmabile di carne conciata, con poco sale e molto peperoncino, in Basilicata la salsiccia di Cancellara, il pezzente (con polvere di peperone di Senise dolce e piccante e perfino aglio fresco tritato, oltre a finocchio selvatico e sale); in Campania versioni piccanti sia della soppressata di Gioi, sia della soppressata e salsiccia del Vallo di Diano.

Ma il peperoncino è solo antibatterico? No. Prosegue la Beltrame: «Se si esamina uno di questi piccoli frutti si scopre che è composto per il 75% da acqua. Molto ricco in carotene e in vitamine PP, E, K, è una vera bomba di vitamina C, che è stata individuata nel 1937, proprio mentre il ricercatore ungherese Albert Szent-Györgyi stava studiando la polpa di un peperoncino. Questa scoperta gli ha fruttato un premio Nobel per la medicina».

Per l' alto contenuto di vitamina C e anche per la sua attività antibatterica, lenitiva ed espettorante il peperoncino è d' aiuto nel mal di gola, nella tosse, nella sinusite e, in generale, nelle malattie da raffreddamento. Sono attestate anche proprietà di aumento del metabolismo, stimolazione della circolazione, rafforzamento dei vasi sanguigni, equilibrio della pressione arteriosa e antidolorifiche (in particolar modo nell' artrite, nella nevralgia del trigemino e nella cefalea a grappolo).




domenica 6 gennaio 2019

Olive alla Calabrese


Con un buon aperitivo leggermente alcolico Olive alla calabrese: aglio, olio, filetto di acciuga, peperoncino piccante e olive al forno.





lunedì 31 dicembre 2018

10 regole per impiattare alla perfezione


I suggerimenti dell’esperto per servire un piatto di grande impatto, anche a Capodanno


Pubblicato il 31/12/2018

Ci sono delle regole che possono aiutare a presentare una ricetta, anche la più semplice, in modo creativo, senza dimenticare l’etichetta. Alcune di queste regole sono sempre valide. Altre sono cambiate nel tempo, adattandosi ai nuovi gusti in cucina. Il nuovo trend sembra seguire uno stile sempre più minimal e indirizzato al motto “meno è meglio”: meno ingredienti, porzioni più piccole, semplicità nel piatto.


Del resto, quella dell’impiattamento è un’arte che richiede esperienza e tecnica, attenzione e sensibilità estetica. Per questo Birra Moretti ha chiesto a un esperto, Luigi Taglienti, chef del ristorante Lume di Milano, di stilare il decalogo dell’impiattamento perfetto, con consigli pratici che tutti possono mettere in pratica per servire un piatto di grande impatto, anche a Capodanno.

Un nuovo passaggio, e di certo non l’ultimo, nel percorso di promozione della cultura della birra a tavola che Birra Moretti prima, e Fondazione Birra Moretti poi, porta avanti per dare valore a uno dei piaceri più condivisi nel Bel Paese: mangiare in buona compagnia. Ecco quindi il decalogo punto per punto.

1. Occupare la posizione centrale del piatto con l’ingrediente principale.

2. Aggiungere guarniture solo se commestibili.

3. Utilizzare un piatto bianco con decorazioni in grado di esaltare il colore degli ingredienti.

4. Ogni ricetta ha il suo piatto, ad esempio il risotto andrebbe servito nel piatto piano, gli spaghetti nel piatto fondo, i piatti in brodo - come le creme o le zuppe - nella tazza da consommé.

5. Disporre nel piatto gli ingredienti in equilibrio e simmetria.

6. Scaldare il piatto prima di servire pietanze calde.

7. Aggiungere le salse in un secondo momento per dare valore alla preparazione e al servizio.

8. Utilizzare elementi dalle texture differenti (morbido/croccante).

9. Battere il piatto con il risotto su una superficie piana, o con il palmo della mano, per distribuirlo uniformemente.

10. Arrotolare gli spaghetti in un mestolo e impiattarli a nido.

Questi semplici consigli, utili per esaltare l’estetica, sono anche funzionali a migliorare la resa e il gusto di una ricetta. Tornando all’esempio degli spaghetti, arrotolandoli a nido, non solo l’impiattamento risulterà esteticamente più gradevole, ma aiuterà anche a mantenere la pasta in caldo. O, ancora, disporre gli ingredienti seguendo un determinato ordine all’interno della superficie del piatto può servire come guida alla degustazione.

Anche il più semplice servizio di casa, quindi, con pochi semplici trucchi, può essere sfruttato al meglio, permettendo di realizzare ricette di grande impatto.

Mangiando ogni giorno una porzione di legumi si perde peso (340 grammi)

STUDIO CANADESE
Fagioli, piselli, ceci e lenticchie aumentano il senso di sazietà del 31%. È sufficiente introdurli abitualmente nella propria dieta per dimagrire senza riprendere i chili persi
di Laura Cuppini

Mangiare ogni giorno una porzione di fagioli, piselli, ceci o lenticchie potrebbe aiutare a perdere un po’ di peso.
Lo suggerisce uno studio canadese pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition, secondo cui mangiare 130 grammi di legumi farebbe perdere 0,34 chili (340 grammi) al dì. Il lavoro, del St. Michael’s Hospital di Toronto, è basato su una precedente analisi del Centro Nutrizione clinica dello stesso ospedale, secondo cui chi si nutre spesso di legumi si sente più sazio di chi segue una dieta controllata (addirittura del 31%) e ha anche il vantaggio di tenere sotto controllo il colesterolo “cattivo”. «Nonostante i noti benefici per la salute, solo il 13% dei canadesi mangia fagioli o simili tutti i giorni e la maggior parte ne mangia meno di una porzione» spiega Russell de Souza, primo autore dello studio.

Con i legumi non si riprendono i chili persi
I ricercatori hanno analizzato i risultati di 21 sperimentazioni cliniche, per un totale di 940 partecipanti adulti, maschi e femmine. Tutti hanno perso peso mangiando una porzione al giorno di legumi (in media appunto 340 grammi al dì), senza che facessero particolari sforzi per privarsi di altri alimenti. Secondo Russell de Souza, il 90% dei tentativi di dimagrire fallisce e si conclude con un ritorno al peso iniziale, spesso a causa della fame e del desiderio irrefrenabile di cibo. Dunque la porzione quotidiana di legumi potrebbe essere una buona soluzione, se è vero che toglie di un terzo l’appetito. «Anche se il calo di peso è ridotto, la nostra ricerca suggerisce che semplicemente aggiungendo dei legumi nella propria dieta si può riuscire a dimagrire e, cosa ancora più importante, a non riprendere i chili persi» spiega de Souza. Un’altra revisione sistematica di studi ha dimostrato che mangiare una porzione al giorno di legumi abbassa del 5% il colesterolo cattivo (LDL) e di conseguenza fa diminuire il rischio di problemi cardiovascolari. Il 2016 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite “anno dei legumi”. Vegetali preziosi perché hanno un basso indice glicemico e possono sostituire del tutto o in parte le proteine animali e i grassi “cattivi” (saturi o trans).

«Basterebbero tre porzioni a settimana»
«Noi purtroppo abbiamo un po’ perso la conoscenza di cosa siano i legumi - spiega Andrea Ghiselli, ricercatore del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) di Roma -. Ne consumiamo in media molto meno di una porzione a settimana e solo un adulto su tre li mette in tavola. Tra chi ne fa uso poi sono in molti a considerarli nulla più che un contorno. Eppure i legumi sono a tutti gli effetti anche un secondo piatto, un complemento di un primo piatto, un componente di un piatto unico. Insomma sono molteplici gli usi che se ne possono fare. Uno dei pregi del legumi consiste, come dice de Souza, nell’effetto sulla sazietà: proteine e fibra conferiscono un elevato potere saziante e sostituiscono egregiamente un secondo piatto di carne, al quale facciamo ricorso un po’ troppo spesso; ma soprattutto i legumi hanno un effetto metabolico estremamente interessante: hanno un basso indice glicemico e sono capaci di abbassare quello dell’intero pasto, ma soprattutto contribuiscono a quello che viene chiamato “second meal effect”, fenomeno per il quale non solo abbassano l’indice glicemico del pasto che li contiene, ma modulano l’impatto del pasto successivo, con evidenti implicazioni quindi sul peso, sull’insulinoresistenza, sul rischio di diabete. Se solo portassimo a tre le porzioni settimanali di legumi, non semplicemente aggiungendoli all’alimentazione abituale, ma meglio ancora sostituendoli ai “concorrenti” e complementando pasta, riso o piatti unici, potremmo avere effetti favorevoli non solo sul peso (se non esageriamo con i condimenti), ma anche sull’apporto di fibra, su quello di grassi saturi, di sale e di colesterolo».

30 dicembre 2018 (modifica il 30 dicembre 2018 | 14:54)

domenica 16 dicembre 2018

«Gli spaghetti alla bolognese? Sono al tonno». Depositata la ricetta

La scoperta da una ricerca storica commissionata a Cristina Bragaglia, ex docente dell’Alma Mater, tra i delegati bolognesi dell’Accademia italiana della cucina

di Francesca Blesio su "corriere.it"

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Un testo antico
Un testo antico
Se credevate che lo spaghetto col tonno (in scatola) fosse un’esclusiva degli studenti fuorisede, il piatto forte del menu dei vostri amati compagni di università ancora digiuni da alternative culinarie, sbagliavate. C’è tutta una tradizione bolognese di cui si era (quasi) persa la memoria intorno a questo piatto.
La «registrazione»
Ieri la ricetta degli «spaghetti con il tonno alla bolognese» è stata depositata presso la Camera di Commercio. La ricerca storica è stata commissionata a Cristina Bragaglia, ex docente dell’Alma Mater, tra i delegati bolognesi dell’Accademia italiana della cucina: «Il deposito di questa ricetta da parte della nostra Delegazione è l’ultima tappa di un percorso di emersione dall’anonimato di un piatto forse umile ma assai caro ai bolognesi, che lo mangiavano il venerdì (giorno di magro finché i precetti religiosi hanno influenzato la vita quotidiana) o la vigilia di Natale».
La tradizione
Come per una trentina di altre ricette, quella degli spaghetti con il tonno alla bolognese, ora è attestata come tradizionale della cucina bolognese, avendo superato il severo regolamento procedurale dell’Accademia italiana della cucina e della Camera di commercio ed essendo stata registrata con atto notarile. «Ci sono varie ricette di ragù con il tonno in Italia — spiega Bragaglia — quella bolognese parte dalla base che si ritrova nel friggione. La ricetta romana, invece, ha l’aglio. In altre ricette fanno cuocere il tonno a parte mentre a Bologna il tonno si aggiunge dopo». Le uniche varianti ammesse nella versione petroniana sono le acciughe (anche in cottura con le cipolle) o il prezzemolo (a freddo, sul piatto già preparato).
La ricetta
Il procedimento per realizzarne il condimento è semplice: tagliata a fette sottilissime la cipolla, la si fa soffriggere fino a farla diventare trasparente, vi si uniscono pomodori freschi o pelati tagliati a tocchetti e si lascia cuocere il preparato a fuoco basso per una mezz’ora . A dieci minuti dalla fine della cottura si aggiunge il tonno sott’olio sbriciolato. Il piatto è relativamente recente: a Genova le prime latte di tonno sott’olio appaiono nel 1868, quindi è possibile che si diffonda sotto le Due Torri a cavallo tra Ottocento e Novecento. Finisce sulle tavole della piccola e media borghesia il venerdì, di norma, ma anche su tavole meno ricche, la vigilia di Natale. Sebbene non eccessivamente costoso, non è alla portata di tutti. Alla diffusione del piatto contribuiscono comunque il costo non eccessivo degli ingredienti e la necessità di ottemperare al precetto cattolico di astinenza dalle carni «nei giorni di magro».
La ricerca storica
La professoressa Bragaglia che ha curato la ricerca nonché vice delegata dell’Accademia italiana della cucina, non ha dubbi: «Sono questi i veri misconosciuti spaghetti alla bolognese». Per chi volesse gustare il sapore della nostalgia o reinterpretare in chiave petroniana la ricetta degli anni universitari, ecco gli ingredienti per 4 persone: «320 grammi di spaghetti, 180 grammi di tonno sott’olio di qualità, 1 cipolla rosata di pezzatura normale (possibilmente di Medicina), 700 grammi di pomodori freschi (o una scatola di pelati da 400 grammi), sale e olio quanto basta».