Aglio, Olio evo e peperoncino piccante sono gli ingredienti base della mia cucina e ciò la colloca nella "Cucina povera". La cucina è CULTURA, senza tema di smentite e perciò la definisco EPICUREA: valorizza ciò che hai, non desiderare l'impossibile.
domenica 4 gennaio 2026
Bagna cauda
Bagna cauda: la ricetta originale
Ancor prima di essere un semplice piatto, la bagna cauda (o bagna caoda) è simbolo di una tradizione antica, oggi anche Patrimonio Unesco. Si narra che l'origine del piatto fosse quella di ricompensare i vendemmiatori per il lavoro svolto durante la vendemmia: ecco perché la bagna cauda è un piatto tipicamente autunnale, un intingolo da abbinare alle verdure di stagione e un piatto conviviale.
Scopri la ricetta di questo straordinario piatto tradizionale piemontese!
Bagna cauda
Ingredienti per 4 persone
300 g di aglio
500 g di acciughe dissalate
400 ml di olio evo
100 g di burro
600 ml di latte
Verdure di stagione: peperoni, cipolle, cardi, patate, barbabietole, carote, pomodorini
La preparazione della bagna cauda
• Inizia pulendo l'aglio, taglialo a metà e privalo dell'anima per renderlo meno indigesto. A questo punto ponilo in un pentolino, coprilo con abbondante acqua fredda e portalo a bollore. Scolalo dall'acqua e ripeti quest'operazione per quattro volte. In questo modo l'aglio risulterà più digeribile e allo stesso tempo non perderà il suo sapore.
• Metti l'aglio in un pentolino con il latte e lascialo cuocere finché non inizierà a bollire leggermente.
• A parte, in una padella, a fuoco molto moderato fai sciogliere le acciughe con il burro e l'olio extravergine di oliva, fino a trasformarli in una crema. In questa fase è molto importante che le acciughe cuociano a fuoco moderato, altrimenti potrebbero risultare leggermente rancide.
• Unisci tutti gli ingredienti e frullali con un frullatore a immersione per ottenere una crema fine e omogenea.
• Adesso che la bagna cauda è pronta, non ti resta che disporla nei classici "fujot" (pentolini di terracotta) ed intingere le verdure fresche di stagione che hai tagliato in precedenza.
La bagna cauda è quindi perfetta da servire come secondo.
Influenza, cosa e quanto mangiare quando si ha la febbre
•
Influenza, cosa e quanto mangiare quando si ha la febbre: i consigli dell'esperta
di Isabella Fantigrossi
Carboidrati facilmente assimilabili e digeribili (meglio il pane tostato di quello fresco), verdura cotta, spremute se il mal di gola lo consente, proteine leggere. No a dolci, caffè, fritti e alcolici: rallentano la ripresa. I consigli di Annamaria Colao, professoressa dell'università Federico II di Napoli
Febbre alta, dolori muscolari, raffreddore, tosse, debolezza fisica. Sono questi, prevalentemente, i sintomi dell'influenza e delle malattie da infezioni respiratorie che, proprio in queste settimane, come spiegato dagli esperti dell'Istituto Superiore di Sanità, stanno raggiungendo il picco dei casi. Ma quando questi sintomi sono presenti come dovremmo mangiare? Quali sono le indicazioni alimentari generali che dovremmo seguire? Lo abbiamo chiesto ad Annamaria Colao, professoressa ordinaria di Endocrinologia e malattie del metabolismo e direttrice del Dipartimento di Endocrinologia, diabetologia, andrologia e nutrizione dell’Università Federico II di Napoli.
Il cibo come supporto
«Quando si è colpiti dall’influenza - spiega l'esperta - il corpo è impegnato a combattere l’infezione e spesso si manifestano sintomi come febbre, stanchezza, dolori muscolari, mal di gola, tosse e perdita di appetito. In questa fase, l’alimentazione non serve solo a nutrire, ma diventa un vero e proprio supporto al sistema immunitario e al recupero delle energie. Mangiare nel modo giusto può aiutare ad alleviare i sintomi, prevenire la disidratazione e favorire una guarigione più rapida».
L'idratazione
L'aspetto fondamentale è l'idratazione. «Con la febbre e la sudorazione si perdono molti liquidi, per cui è importante bere spesso, anche se non si avverte sete. Acqua, tisane calde, tè leggeri e brodi sono ideali. Le bevande calde, in particolare, aiutano a lenire il mal di gola e a fluidificare le secrezioni nasali. Il brodo vegetale o di pollo rappresenta una scelta eccellente: se preparato in casa, è facilmente digeribile, fornisce sali minerali e contribuisce a mantenere un buon equilibrio idrico».
Carboidrati facilmente assimilabili
Per quanto riguarda l'alimentazione vera e propria, invece, continua Annamaria Colao, «è preferibile optare per alimenti leggeri e semplici, che non affatichino la digestione. Riso, pasta o semolino ben cotti, patate lesse o passati di verdure sono indicati soprattutto nei primi giorni, quando l’appetito è scarso. Questi alimenti forniscono carboidrati facilmente assimilabili, utili per sostenere l’organismo debilitato. Anche il pane tostato può essere una buona alternativa, più digeribile rispetto al pane fresco».
Frutta e verdura
Tra le verdure, invece, che svolgono una funzione importante grazie all'apporto di vitamine, minerali e antiossidanti, quali preferire? «Zucchine, carote, zucca, finocchi e spinaci, meglio se cotti e sotto forma di minestre o vellutate, sono ben tollerati e contribuiscono a rafforzare le difese immunitarie. La vitamina C, in particolare, è nota per il suo ruolo di supporto al sistema immunitario: tra i frutti, agrumi, kiwi e mele possono essere consumati sotto forma di spremute o frullati, se il mal di gola lo consente».
Attenzione alle proteine
Anche le proteine sono importanti, ma vanno scelte con attenzione. «Carni bianche come pollo e tacchino, pesce magro, uova ben cotte e legumi passati o decorticati sono fonti proteiche leggere e utili per il recupero. Lo yogurt e gli altri latticini fermentati possono essere benefici grazie ai fermenti lattici, che aiutano a mantenere l’equilibrio della flora intestinale, spesso messa alla prova dall’infezione o dall’uso di farmaci».
Da evitare
Che cosa è meglio evitare, invece? «I cibi grassi, fritti, molto elaborati o speziati, così come dolci industriali e alcolici, che possono appesantire l’organismo e rallentare la ripresa. Anche il caffè andrebbe limitato - raccomanda Colao -, soprattutto in presenza di disidratazione o disturbi gastrointestinali. In conclusione, in caso di influenza è importante ascoltare il proprio corpo, mangiare poco ma spesso e privilegiare cibi semplici, caldi e nutrienti. Un’alimentazione equilibrata, associata a riposo e adeguata idratazione, rappresenta un valido alleato per superare più rapidamente la fase acuta e tornare gradualmente alle normali abitudini».
martedì 16 dicembre 2025
Cioccolata calda in tazza, come prepararla alla perfezione a casa (senza usare preparati pronti)
Cioccolata calda in tazza, come prepararla alla perfezione a casa (senza usare preparati pronti)
di Dario Bressanini
Il risultato dei preparati pronti è spesso deludente: la bevanda è alcune volte troppo collosa, altre troppo dolce. Quella ideale, invece, dovrebbe essere vellutata e avere un sapore complesso. Per ottenerla, il segreto è l’uso combinato di fondente e cacao amaro
La cioccolata in tazza è uno di quei piaceri che fanno subito inverno. Eppure, il risultato dei preparati già pronti è molto spesso deludente: a volte è troppo dolce, altre volte viscosa in modo innaturale, quasi collosa, a causa dei troppi amidi aggiunti. La cioccolata perfetta dovrebbe essere vellutata, ricca e avere un sapore di cacao complesso e profondo. Il mio segreto per ottenere un’ottima cioccolata fatta in casa è l’utilizzo combinato di due diverse forme di cioccolato. Sfruttando la diversa natura chimica del cacao in polvere e del cioccolato in tavoletta, possiamo creare una bevanda con un sapore e una corposità che nessun preparato in busta può eguagliare.
Ingredienti
Quantità per 2-3 tazze: 500 ml di latte intero, 60 g d’acqua, 100 g di cioccolato fondente (minimo 70 per cento), 30 g di cacao amaro in polvere, 50 g di zucchero semolato (o quanto piace), 8 g di fecola di patate.
Procedimento
1. La preparazione. Sminuzzate finemente la tavoletta di cioccolato con un coltello. In una ciotola, mescolate quindi il cacao in polvere con il cioccolato sminuzzato. Se volete, potete aggiungere alla polvere di cacao anche 8 grammi di fecola di patate, per aumentarne la viscosità.
2. I liquidi. All’interno di un pentolino antiaderente unite il latte, l’acqua e lo zucchero. Portate il tutto a ebollizione a fuoco medio, mescolando per far sciogliere lo zucchero.
3. L’emulsione. Appena i liquidi arrivano a ebollizione, spegnete il fuoco. Versate quindi la miscela di cioccolato e cacao tutta in una volta nel pentolino. Iniziate subito a mescolare vigorosamente utilizzando una frusta. Il cioccolato si scioglierà nel liquido caldo e il cacao si disperderà. 4. La cottura finale. Riportate il pentolino sul fuoco e, continuando a mescolare, fate riprendere l’ebollizione. Lasciate sobbollire per circa un minuto fino a quando la bevanda non sarà perfettamente omogenea. 5. Il servizio. Per una consistenza ancora più vellutata e per eliminare ogni minimo grumo, potete dare un colpo veloce con un frullatore a immersione prima di servire, specialmente se avete aggiunto la fecola. Versate in tazza e servite calda.
Perché funziona, secondo la scienza
Il segreto di questa ricetta è la «doppia natura» del cacao. Stiamo usando due ingredienti che, sebbene provengano dalla stessa pianta, hanno subito trattamenti diversi che conferiscono proprietà uniche:
Il cacao in polvere. È il risultato dell’invenzione di Casparus Van Houten del 1828, che tramite una pressa idraulica estrae la maggior parte del grasso (il burro di cacao). Quello che rimane è una polvere ricca di sapore e facile da disperdere nei liquidi con circa il 21% di grassi. Subisce di solito anche un «processo olandese» (chimicamente una alcalinizzazione, inventato dal figlio di Casparus, Coenraad) che ne smorza l’acidità e ne migliora ulteriormente la solubilità. Il cacao in polvere dona la base aromatica intensa e il colore scuro alla bevanda.
Il cioccolato in tavoletta. Questo ingrediente, al contrario, contiene tutto il suo burro di cacao (circa il 55% del cacao originale). Inoltre, ha subito processi di lavorazione, come il concaggio, che hanno sviluppato aromi secondari, più complessi e volatili, non presenti nel semplice cacao in polvere.
Unendo i due, otteniamo il meglio di entrambi i mondi: il sapore profondo del cacao in polvere e la ricchezza vellutata data dal burro di cacao della tavoletta, che grazie agli emulsionanti presenti nel latte dona corpo e una sensazione avvolgente al palato.
Breve storia della cioccolata in tazza
Per oltre mille anni, il «cibo degli dei» (l’albero sudamericano Theobroma cacao) non fu una tavoletta solida ma una bevanda. Gli antichi Aztechi e Maya la consumavano in versione amara e astringente, spesso assieme a peperoncino e vaniglia. Dopo la conquista del Messico nel sedicesimo secolo, Hernán Cortés portò la bevanda in Spagna. Qui, per la prima volta, la cioccolata venne addolcita con lo zucchero. Nel 1727, l’inglese Peter Sanders ebbe l’idea geniale di sostituire l’acqua con il latte, rendendo la bevanda molto più popolare in tutta Europa. Ma il problema principale continuava a rimanere il grasso: il burro di cacao fondeva e affiorava in superficie. La soluzione arrivò finalmente nel 1828, quando l’olandese Casparus van Houten brevettò una pressa idraulica per separare il grasso dalla polvere di cacao, inventando così di fatto il cacao in polvere moderno.
Cosa fare se...
•...voglio una cioccolata più densa? La consistenza di questa ricetta è naturalmente vellutata, non gelatinosa. Se però la preferite più viscosa aggiungete 6-8 grammi di fecola di patate al cacao e al cioccolato prima di aggiungerli al latte. Attenzione a non esagerare. Se non avete la fecola potete usare la maizena (l’amido di mais), ma in questo modo risulterà più gelificata.
•...restano dei grumi? È probabile che il cacao non si sia disperso bene. Un colpo di frullatore a immersione a fine cottura, come indicato nella ricetta, risolverà istantaneamente il problema, creando un’emulsione perfetta. •...posso usare gli avanzi di cioccolato dei dolci natalizi? Sì. Questa ricetta è perfetta per smaltire il cioccolato avanzato, a patto che sia fondente. Se usate quello al latte, più dolce e meno intenso, dovrete ridurre (o eliminare) lo zucchero e aumentare la dose di cacao amaro.
sabato 13 dicembre 2025
Colesterolo alto: ecco gli alimenti che lo mandano al tappeto
Dieta e alimentazione
Colesterolo alto: ecco gli alimenti che lo mandano al tappeto
L'alimentazione come soluzione per abbassare i valori: i cinque alimenti insospettabili che non devono mancare
Monica Cresci 13 dicembre 2025 - 07:00
Colesterolo alto: ecco gli alimenti che lo mandano al tappeto
Parte lipidica presente nel nostro sangue, il colesterolo è parte attiva nella costruzione della struttura cellulare oltre che per il benessere dell'organismo stesso. Viene prodotto in grande misura dal fegato e, in parte, introdotto attraverso una dieta adeguata.
Ma cedere alle lusinghe della tavola e a pietanze ricche di grassi può aumentarne i valori, favorendo così un accumulo di grasso all'interno dei vasi sanguini. Oltre alla possibilità di sviluppare problematiche cardiache. Per questo motivo è importante monitorarne i valori abbracciando uno stile di vita più sano, a partire dall'alimentazione. Di seguito i 5 alimenti utili per abbassare il colesterolo.
Colesterolo, di cosa si tratta
Il colesterolo è parte integrante della famiglia dei lipidi presenti nel flusso sanguigno, prodotto in buona parte dal fegato (produzione endogena) mentre in quantità inferiori viene introdotto attraverso una valida alimentazione (assunzione esogena). Una presenza che, in condizioni regolari di equilibrio, svolge una funzione utile per la costruzione della membrana cellulare, nella sintesi della vitamina D e per la digestione dei grassi attraverso il supporto della bile. Infine è importante nella produzione degli ormoni. Il colesterolo viene trasportato nel sangue attraverso strutture molecolari note come lipoproteine. Queste ultime si dividono in lipoproteine a bassa densità o LDL (Low Density Lipoprotein) e lipoproteine ad alta densità o HDL (High Density Lipoprotein).
Perchè il colesterolo diventa pericoloso
Il colesterolo LDL è noto anche come colesterolo "cattivo" perché trasferisce l'esubero di colesterolo dal fegato alle arterie dove si accumula favorendo l'aterosclerosi. Il colesterolo HDL è invece noto come "buono" perché svolge il compito di rimozione dell'eccedenza dal sangue e l'espulsione attraverso i sali biliari. Il valore del colesterolo si ottiene sommando i valori LDL con quelli HDL. Il colesterolo può diventare un problema quando i valori LDL risultano troppo alti e, come accennato, l'eccesso si deposita sulle pareti arteriose creando ostruzione e favorendo problematiche cardiovascolari. Le cause del colesterolo alto, oltre allo stile di vita e a un'alimentazione ricca di grassi e cibi dannosi, sono date dal sovrappeso e dall'obesità, dal fumo, da una vita troppo sedentaria, ma anche da alcune malattie metaboliche come il diabete e una familiarità genetica con la problematica.
Colesterolo e alimentazione: 5 cibi che abbassano i valori
Orzo
Una dieta povera di zuccheri raffinati, di grassi saturi e trans è l'ideale per tenere sotto controllo i livelli di colesterolo. Supportata da uno stile di vita più sano, comprensivo di un'attività sportiva anche se blanda e senza cattive abitudini. Un'alimentazione equilibrata è da privilegiare, in particolare l'assunzione di fibre, frutta e verdura, grassi sani e proteine magre. L'ideale per prevenire i processi ossidativi, riducendo anche l'assimilazione del colesterolo a livello intestinale. Per favorire questa condizione è necessario introdurre nella dieta 5 alimenti utili a ridurre i valori di colesterolo.
Cereali integrali
Avena
Avena e orzo ricchi di fibre solubili, perfette per ridurre l'assorbimento di grassi e colesterolo nel tratto intestinale. Le fibre formano una sorta di sostanza gelatinosa che rallenta l'assorbimento del colesterolo e promuove l'eliminazione degli acidi biliari attraverso il transito consueto. Questo obbliga il fegato a prelevare più colesterolo dal sangue per produrre nuove acidi biliari, favorendo così una fase di pulizia utile ad abbassare i valori troppo alti.
Legumi e frutta secca
Legumi
Ceci, lenticchie, piselli, fagioli ma anche noci, nocciole, mandorle, arachidi, pistacchi e semi sono una ricarica di omega 3 e omega 6, nutrienti essenziali utili contro il colesterolo alto. I legumi possono sostituire le proteine classiche, migliorano il profilo lipidico e contengono fibre solubili e fitosteroli, che riducono l'assorbimento del colesterolo LDL nell'intestino. La frutta secca contiene grassi buoni, fibre e steroli vegetali, ma va consumata con moderazione. Uno studio pubblicato su Circulation, condotto per due anni su persone over 60, ha mostrato che aggiungere una dose giornaliera di noci ha permesso una riduzione media di 4,3 mg/dL di colesterolo LDL.
Pesce azzurro
Pesce azzurro
Sardine, sgombro, tonno, palamita, aringa, merluzzo, salmone, alici e anche alga wakame sono ricchi di omega 3, utili per migliorare il metabolismo dei grassi trasportati attraverso il sangue, fluidificandolo e proteggendo il cuore. In questo modo i livelli di colesterolo LDL si abbassano.
Olio di oliva
Olive
Olio extravergine di oliva (EVO) contiene grassi monoinsaturi come l'acido oleico, che riduce il colesterolo LDL e aumenta quello HDL a protezione del benessere delle arterie. Inoltre contiene polifenoli che svolgono un'azione antiossidante contro i radicali liberi, riducendo l'infiammazione. La conferma arriva anche da uno studio pubblicato su Nutrients, basato sugli effetti dei composti fenolici sui lipidi del sangue e sui livelli di colesterolo. Nei pazienti che hanno consumato in modo adeguato olio EVO è stata evidenziata una riduzione del colesterolo totale, con una media di circa 17 mg/dL in meno, ma anche un aumento dei livelli di HDL in favore di una maggiore protezione cardiovascolare.
Mele e agrumi
Mele
Contengono fibre solubili, come la pectina, oltre a polifenoli e flavonoidi, rallentano l'assorbimento del colesterolo da parte dell'intestino agevolandone una rapida eliminazione.
Inoltre svolgono una valida azione antiossidante per la salute dei vasi sanguigni e riducendo l'ossidazione del colesterolo. Mele, da consumare con la buccia preventivamente lavata, e agrumi vanno consumati prima dei pasti così da consentire alla pectina di agire per tempo contro i grassi.
venerdì 5 settembre 2025
Torta di mele con pasta sfoglia
Ti descrivo una ricetta semplice e golosa per una torta di mele con pasta sfoglia, ideale quando vuoi un dolce veloce ma di grande effetto.
Ingredienti (per 6-8 porzioni)
1 rotolo di pasta sfoglia pronta (rotonda o rettangolare)
3-4 mele (Golden o Renette)
2-3 cucchiai di zucchero
1 cucchiaino di cannella (facoltativo)
Succo di ½ limone
2 cucchiai di marmellata di albicocche (o pesche, o arance)
1 cucchiaio di burro fuso (facoltativo, per lucidare)
Preparazione
Preparare le mele
Sbuccia le mele, togli il torsolo e tagliale a fettine sottili.
Metti le fettine in una ciotola con il succo di limone per non farle annerire.
Base
Stendi la pasta sfoglia con la sua carta da forno in una teglia.
Bucherella il fondo con una forchetta.
Assemblaggio
Spalma un velo sottilissimo di marmellata sul fondo (aiuta a dare dolcezza e lucentezza).
Disponi le fettine di mela a raggiera o in file ordinate.
Cospargi con zucchero e, se ti piace, un po’ di cannella.
(Facoltativo) spennella le mele con un po’ di burro fuso per un effetto dorato.
Cottura
Inforna in forno già caldo a 180°C per circa 25-30 minuti, finché la sfoglia è dorata e croccante.
Finitura
A cottura ultimata, spennella le mele con poca marmellata sciolta in un goccio d’acqua calda per renderle lucide.
Lasciala intiepidire prima di servire.
lunedì 1 settembre 2025
Spaghetti al lardo e pomodori
Linguine al lardo e pomodori
Le linguine al lardo e pomodori, ottimo primo piatto facile, gustoso e veloce da preparare si fa nel tempo che la pasta cuoce, potete farlo con i bucatini, con gli spaghetti, ma sempre con pasta lunga, che ci sta molto bene con questo condimento.
Ingredienti linguine al lardo e pomodori
• 320 gLinguine (o spaghetti o bucatini)
• 100 gLardo
• 14Pomodori di Pachino
• q.b.Sale
• q.b.Olio extravergine d’oliva
• q.b.Rosmarino (se piace)
Preparazione linguine al lardo e pomodori
1. 1- Per preparare le linguine al lardo e pomodori iniziate mettendo a bollire acqua salata sufficiente a cuocere la pasta.
2. 2- Nel frattempo tagliate il lardo a striscioline sottili, lavate i pomodori e dividetelo in due o quattro parti.
3. 3- In una larga padella con un filo di olio extravergine di oliva fate diventare il lardo trasparente per pochi minuti, aggiungete i pomodori a pezzetti e lasciate insaporire per due o 3 minuti, salate e se vi piace condite con qualche ago di rosmarino fresco tritato, spegnete e lasciate al caldo.
4- Quando l’acqua bolle cuocete le linguine per il tempo indicato nella confezione, scolatele al dente direttamente nella padella col condimento aggiungendo un mestolo di acqua di cottura dalla pasta.
1. 5- Accendete il fuoco e saltate le linguine al lardo e pomodori per due minuti per insaporire, impiattate e servite il vostro piatto ancora caldissimo e.. BUON APPETITO
giovedì 21 agosto 2025
Carne scongelata: come capire se è andata a male o è ancora buona dal colore alla patina bianca fino all'odore
Carne scongelata: come capire se è andata a male o è ancora buona dal colore alla patina bianca fino all'odore
di Martino Fiumi
Il freezer è un'ottima soluzione per conservare i cibi a lungo. Carne inclusa. Una volta riportata a temperatura, è sempre bene fare queste verifiche
Ossidazione, rancido, bruciature da congelamento e contaminazioni. Quando si scongela la carne sono tanti i rischi che si possono correre.
Saperli è fondamentale perché ci permette di individuare i segni di alterazione e consumare la carne in sicurezza anche dopo mesi di congelamento, tanto più se abbiamo scordato di apporre le opportune etichette con su scritta la data di congelamento.
«La carne, infatti, può presentarsi leggermente diversa dall’aspetto originale: a volte cambia colore senza compromettere la qualità, altre volte sembra intatta ma si degrada rapidamente se scongelata in modo scorretto», spiega Annamaria Acquaviva, dietista, nutrizionista e farmacista, ideatrice di Health Revolution. I 5 pilastri della salute. Benessere e longevità secondo il Metodo Acquaviva.
Ecco, allora, una piccola guida su come orientarsi dalla catena del freddo alle differenze tra i tipi di carne fino ai sensi da usare per capire se sia ancora buona.
Carne congelata: come capire se possiamo ancora mangiarla (o meno)
Quando si scongela della carne dopo averla tolta dal freezer sono diversi gli scenari che possiamo trovarci davanti. Ecco come interpretarli.
Partiamo dall'ossidazione. «L'ossidazione - spiega Acquaviva - può far cambiare leggermente colore alla carne. Può, ovvero, scurirla o, al contrario, farla diventare più pallida. Il che non significa che sia necessariamente deteriorata».
Le bruciature da congelamento - o freezer burn - riconoscibili come una sottile patina bianca secca, sono invece il risultato della disidratazione superficiale dovuta alla sublimazione dell’acqua. «Non compromettono la sicurezza igienica, ma incidono sulla qualità sensoriale e sulla consistenza della carne, rendendola più secca o fibrosa», continua l'esperta. «Lo stesso fenomeno si osserva anche in altri alimenti congelati, ad esempio il pane che può assumere un aspetto biancastro e una consistenza gommosa o troppo asciutta».
Diverso è l’odore rancido, tipico dell’ossidazione dei grassi, che ricorda l’olio andato a male: «Questo è un segnale a cui prestare molta attenzione: la carne non è più sicura, bisogna evitare di consumarla».
Occhio, infine, alle contaminazioni microbiche - batteri e muffe per intenderci - che «non vengono eliminate dal congelamento, ma soltanto bloccate. Se la catena del freddo si interrompe o se lo scongelamento avviene in modo scorretto, i microrganismi riprendono a moltiplicarsi rapidamente», avverte Acquaviva.
Quanto resiste la carne in freezer?
«Intanto va detto che per una conservazione a regola d'arte la carne va conservata a - 18°C». A questa temperatura:
il maiale può resistere fino a 4 mesi
le carni bovine fino a 9 mesi
pollo e tacchino fino a 12 mesi
«Attenzione - puntualizza Acquaviva - alle carni lavorate come il macinato o le salsicce. Quelle resistono molto di meno, circa 2–3 mesi, e si ossidano più in fretta perché, essendo tagliate, hanno una maggiore superficie esposta all’aria».
Il Ministero della Salute è, poi, molto chiaro su congelamento e surgelazione che «non sterilizzano, ma rallentano l’attività enzimatica e microbica, consentendo la conservazione degli alimenti per tempi molto più lunghi».
«Quando poi si scongela - fa eco l'esperta - bisogna rispettare la catena del freddo, altrimenti ogni buona accortezza rischierà di risultare vana».
A proposito di catena del freddo
Il freezer, dunque, non uccide i batteri, ma ne blocca la crescita. Se la carne viene lasciata a temperatura ambiente, la proliferazione riprende velocemente. È, quindi, fondamentale rispettare la catena del freddo: la modalità più sicura è quella di mettere la carne da scongelare in un piatto, sul ripiano più basso del frigorifero. In questo modo lo scongelamento avviene lentamente e in sicurezza, mantenendo controllato lo sviluppo microbico.
Guardare, toccare e annusare: l'attenzione sensoriale
Quando la carne sarà scongelata sono molti i campanelli d’allarme a cui fare attenzione. Primo tra tutti il colore. Abbiamo visto che, se fosse un po’ più scura o pallida, la carne potrebbe semplicemente essersi ossidata. I toni grigiastri o verdastri o persino macchie sulla sua superficie indicano, invece, un deterioramento. In quanto tale pericoloso per la salute.
Alle volte ci impensierisce di più la patina bianca che ricopre l’alimento. Lo ribadiamo: si tratta della bruciatura da congelamento, non pericolosa per l'organismo, ma indice di scarsa qualità.
Anche la consistenza, mai viscida, e l’odore, mai pungente né rancido, devono mantenersi il più possibile simili a quelli originali.
mercoledì 20 agosto 2025
Preparazione della Cacio e pepe (ricetta originale)
X 4 X 1
Pasta cacio e pepe: ricetta e ingredienti
400 gpasta (tonnarelli o spaghetti) 100g
280 gpecorino romano 70g
1 cucchiaiopepe nero in grani 1/4 cucchiaio
q.b.pepe nero in grani (macinato, da spolverare) q.b.
Preparazione della Cacio e pepe (ricetta originale)
Come si fa la Cacio e pepe? Vi ho detto che ci sono diverse tecniche, ma questo è l’unico metodo con cui ho sempre avuto un risultato perfetto. La preparazione della Pasta cacio e pepe è tipo una catena di montaggio: ci sono alcuni passi da seguire, in modo che la pasta prenda tutto il sapore del cacio e del pepe. Il segreto è preparare a parte la crema di pecorino, di consistenza pastosa, che verrà poi sciolta direttamente insieme alla pasta (la famosa cremina). Una cacio e pepe senza grumi e senza che il formaggio si addensi in nessun modo. Altro segreto è risottare i tonarelli o gli spaghetti direttamente nella padella, in modo da cucinare gli ultimi minuti insieme al pepe, assimilandone tutto il profumo.
Per prima cosa, macinate al momento il pepe nero in grani. Potete utilizzare un mortaio, pestando il pepe con energia in senso rotatorio, o un batticarne oppure un macinino: è importante che la polvere ottenuta risulti grossolana. Quindi non utilizzate il pepe in polvere già confezionato (è importante per il buon esito della ricetta).
Portate a bollore l’acqua per la pasta, salate leggermente (io metto circa la metà di sale, dato che il pecorino è già sapido di suo) e iniziate a lessare la pasta.
Scaldare il pepe - Ricetta pasta cacio e pepe
Scaldate una padella antiaderente e versate un bel cucchiaio pieno di pepe macinato. Fatelo tostare per qualche minuto, a fuoco medio. Appena sentirete sprigionarsi il suo aroma, versate subito 3 mestolini di acqua di cottura. Vedrete che inizierà a formarsi una schiuma bianca: è la combinazione del pepe con gli amidi della pasta contenuti nell’acqua.
La crema di pecorino - Ricetta cacio e pepe
Preparate la crema di pecorino: versate il pecorino grattugiato in una scodella e unite 2 mestolini di acqua di cottura, un po’ alla volta. Amalgamate con una spatola, fino ad ottenere una consistenza pastosa. Se necessario, unite ancora un goccino di acqua. Tenete da parte.
Risottare la pasta - Ricetta spaghetti cacio e pepe
Quando mancheranno 2 minuti alla fine della cottura, prelevate gli spaghetti con una pinza e versateli direttamente nella padella dove avete scaldato il pepe e portateli a cottura risottandoli per qualche minuto, muovendoli spesso con una pinza per farli amalgamare con il pepe. Potete anche scolare la pasta con lo scolapasta, ma tenete da parte un bel bicchiere di acqua di cottura, da aggiungere per evitare che la preparazione si asciughi troppo.
lunedì 11 agosto 2025
Carpaccio di pomodori
Carpaccio di pomodori: la ricetta fresca e veloce che ti svolta il contorno in estate
In estate i pomodori sono senza dubbi tra i contorni più gettonati. Freschi e veloci da portare in tavola, stanno bene praticamente con tutto. Se però ti sei stufato dei soliti pomodori in insalata, ti consiglio di provare il carpaccio di pomodori. Una ricetta alternativa che conquisterà di sicuro tutti.
affettare pomodori
Carpaccio di pomodori: la ricetta fresca e veloce che ti svolta il contorno in estate (ricettaqubi.it)
Informazioni utili
Difficoltà: facile
Tempi di preparazione: 5 minuti
Dosi: 4 persone
Ingredienti per il carpaccio di pomodori
2 pomodori cuore di bue;
4 cucchiai d’olio extravergine d’oliva;
1 limone;
1 cucchiaio di capperi dissalati;
1 ciuffo di basilico;
sale q.b.;
pepe q.b.
Preparazione carpaccio di pomodori
Fare il carpaccio di pomodori è facilissimo. Bastano 5 minuti e porti in tavola un contorno fresco ed ancora più sfizioso dei soliti pomodori in insalata. Per farli, comincia a preparare il condimento, raccogliendo nel boccale di un frullatore ad immersione il succo di un limone spremuto e filtrato ed una presa di sale.
Frulla tutto per qualche secondo, unendo l’olio extravergine d’oliva a filo.
Continua così fino a quando l’emulsione non si sarà leggermente addensata.
Dopodiché, lava ed asciuga i pomodori ed affettali sottilmente con l’aiuto di una mandolina o con un coltello dalla lama affilata.
Sistemali su un vassoio, facendo in modo che si sovrappongano leggermente e poi condiscili con l’emulsione preparata, qualche fogliolina di basilico fresco, i capperi dissalati ed una grattata di pepe. Et voilà: il tuo carpaccio di pomodori è pronto da servire.
Trucchi e consigli: puoi consumare il carpaccio di pomodori subito oppure lasciarlo marinare una mezz’oretta in frigorifero. Per un tocco in più, aggiungi anche un pizzico di origano, dell’aceto balsamico o della cipolla rossa di Tropea affettata sottilmente.
martedì 22 luglio 2025
La magia del ristorante a casa tua: trasforma i tuoi piatti in capolavori con il segreto degli chef
La magia del ristorante a casa tua: trasforma i tuoi piatti in capolavori con il segreto degli chef
Con il segreto degli chef, trasformare i piatti in veri capolavori a casa tua è semplicissimo. Nessuno resisterà a tali prelibatezze!
by Stella Di Benedetto 14 Luglio 2025in Food
La magia del ristorante a casa tua: trasforma i tuoi piatti in capolavori con il segreto degli chef - Dailyfood.it
Riuscire a realizzare piatti gustosi, prelibati e armoniosi come quelli che, normalmente, vengono serviti al ristorante non è facile ma con il segreto degli chef è possibile trasformare un pranzo o una cena casalinga in un pranzo o una cena stellata. Gli chef, infatti, per per esaltare i sapori e rendere i piatti assolutamente deliziosi, cercano il modo per trovare il giusto bilanciamento tra acidità e grassi in cucina.
Se il sale, ad esempio, viene considerato fondamentale per dare sapore ai piatti, riuscire a trovare il bilanciamento perfetto tra acidità e grassi serve a rendere il piatto armonioso anche quando viene preparato utilizzando degli ingredienti molto semplici. Per ogni ricetta, dunque, è fondamentale trovare la giusta proporzione tra acidità e grassi e solo in questo modo si possono avere dei piatti da ristorante anche a casa.
Il segreto degli chef: come bilanciare acidità e grassi nelle varie ricette
Una ricetta non è mai come un’altra e, per servire un piatto che sia davvero succulento, saporito e armoniosamente gustoso, è importante saper bilanciare l’acidità e i grassi nel modo giusto. Nelle insalate, ad esempio, la dose giusta è tre parti di olio per una parte di acido. Gli acidi più comuni per condire le insalate sono l’aceto di vino o di mele e il succo di limone mentre quando si parla di grassi si fa riferimento all’olio extra vergine d’oliva, all’olio di avocado o olio di noci.
Per rendere la carne più saporita ma anche per ammorbidirla, nei ristoranti, si usano molto le marinature. Anche in questo caso si usano gli stessi acidi delle insalate o per chi lo preferisce anche dello yogurt. Una marinatura perfetta per il pollo è quella composta da succo di limone, olio d’oliva, aglio e rosmarino.
Il segreto degli chef: come bilanciare acidità e grassi nelle varie ricette – Dailyfood.it
Anche la preparazione della salsa per la pasta che può essere di pomodoro o bianca richiede un bilanciamento perfetto tra acidi e grassi. Nel caso della salsa di pomodoro, a donare l’acidità alla pietanza è proprio il pomodoro mentre il grasso è rappresentato dall’olio evo, burro o panna.
Quando, invece, si prepara una salsa bianca, si può rendere il piatto più fresco utilizzando limone, vino bianco o yogurt. Per esaltare, invece, il sapore delle verdure al forno, al grasso dell’olio si può aggiungere un pizzico di aceto balsamico che dona, invece, l’acidità necessaria per esaltare il sapore naturale delle verdure stesse.
Lo stesso discorso vale per il pesce che si può condire con olio e limone oppure aceto. Utilizzare burro, latte o panna nelle zuppe insieme a succo di limone, aceto, yogurt serve a rendere il piatto non solo saporito, ma anche cremoso.
Insomma, utilizzare in tutte le ricette sia acidi che grassi serve ad esaltare il sapore ma anche a trasformare un semplice piatto in un vero capolavoro come se fosse stato trasformato in un vero ristorante.
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Stella Di Benedetto
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giovedì 17 luglio 2025
Crema caffè soffice come una mousse: questa la prepari senza panna, con 2 soli ingredienti
Crema caffè soffice come una mousse: questa la prepari senza panna, con 2 soli ingredienti
Diego Rossi Luglio 16, 2025
Solo caffè freddo e zucchero: ecco come preparare una crema al caffè estiva, densa e cremosa, pronta in 5 minuti, senza panna né latticini.
C’è una ricetta che d’estate torna sempre, quasi da sola, e ogni volta sorprende per quanto è semplice e buona. Si prepara in pochi minuti, senza latte, senza panna, senza caffè solubile. Solo due ingredienti: caffè ghiacciato della moka e zucchero. Un procedimento che sembra quasi magia, ma funziona: basta montare il composto per qualche minuto e si trasforma in una crema densa, chiara, vellutata, da gustare col cucchiaino nei pomeriggi più caldi. Perfetta per chi cerca qualcosa di fresco, leggero e anche vegano, senza rinunciare al gusto.
La prima volta che l’ho provata ero scettica. Ma il trucco è tutto lì: raffreddare benissimo il caffè e montare a lungo, senza fermarsi. Dopo 5 minuti di pazienza con lo sbattitore elettrico, prende forma una crema stabile, soffice, simile a quella del bar, ma fatta in casa, con due cose che abbiamo sempre a portata di mano.
Gli step fondamentali per una crema perfetta
Si comincia dal caffè. Va preparato in anticipo, lasciato ben raffreddare in frigorifero, poi messo in freezer per almeno 15 minuti prima di iniziare. L’ideale è farlo la sera prima e dimenticarlo in frigo per tutta la notte. Deve essere quasi ghiacciato, tipo granita, ma ancora liquido.
Poi si passa allo zucchero: va setacciato, anche con un colino semplice, per evitare grumi. In una ciotola capiente, si unisce al caffè freddo e si comincia a montare con le fruste elettriche. Dopo pochi minuti la miscela comincia a schiarirsi, diventare più densa, liscia, quasi spumosa. Continuando a montare, si ottiene una crema stabile, che regge anche qualche ora in frigorifero. Non contiene stabilizzanti, quindi va consumata in giornata: al massimo si conserva per 24 ore, meglio se coperta.
Crema Caffè
Crema al caffè con solo due ingredienti, il trucco per farla cremosa come al bar – zafferanodop.it
Si può aromatizzare con un filo di estratto di vaniglia, ma anche così è già perfetta. Non serve altro. Solo due ingredienti e uno sbattitore. L’effetto finale? Una delicata mousse fredda al caffè, senza lattosio, leggera e pronta in cinque minuti.
Come gustarla: coppa fredda o tazzina con cioccolato fuso
Questa crema al caffè può diventare un dessert vero e proprio o un accompagnamento. Può essere servita in coppa, con una spolverata di cacao amaro, oppure usata come topping su un gelato alla vaniglia o un frappè freddo. Ma la versione più golosa resta quella servita in una tazzina da caffè, con cioccolato fondente fuso sul fondo: la crema fredda che incontra il calore del cioccolato crea un contrasto che funziona sempre.
Chi la prova una volta tende a rifarla spesso: non richiede ingredienti speciali, non sporca troppo, non ha tempi di attesa. Va solo preparata con cura e servita con fantasia. È un’idea perfetta per chi ha voglia di qualcosa di dolce, ma non vuole accendere forno o fornelli.
Senza panna, senza latte, senza complicazioni. Solo il sapore deciso del caffè, e un po’ di zucchero. Tutto qui. E funziona.
mercoledì 16 luglio 2025
Pesce azzurro: ecco i migliori 5 pesci che fanno bene
Pesce azzurro: ecco i migliori 5 pesci che fanno bene
Luglio 9, 2025 di admin
Il pesce azzurro è una delle risorse marine più preziose per la nostra alimentazione. Con il suo profilo nutrizionale ricco di acidi grassi omega-3, proteine di alta qualità e una varietà di vitamine e minerali, non è sorprendente che questo alimento sia considerato un alleato fondamentale per la salute. Negli ultimi anni, l’interesse per il pesce azzurro è aumentato, grazie alla crescente consapevolezza dei suoi benefici. In questo articolo, esploreremo alcune delle specie più apprezzate e i motivi per cui dovrebbero fare parte della nostra dieta.
Che cos’è il pesce azzurro? Si tratta di un gruppo di pesci caratterizzati da una carne più grassa rispetto ad altre varietà di pesci, come il pesce bianco. Questa categoria include specie come sardine, sgombri, alici e tonni, che si distinguono sia per il loro sapore intenso che per le proprietà nutrizionali. I pesci azzurri sono spesso considerati un alimento da privilegiare nelle diete mediterranee, ma la loro popolarità si sta diffondendo anche in altre parti del mondo.
1. Sardine
Le sardine sono senza dubbio uno dei pesci azzurri più conosciuti e consumati. Piccole e saporite, possono essere cucinate in vari modi: arrostite, alla griglia o anche in umido. Oltre al loro delizioso sapore, le sardine sono note per il loro elevato contenuto di omega-3, che favorisce la salute del cuore e riduce il rischio di malattie cardiovascolari. Inoltre, sono una fonte eccezionale di vitamina D e calcio, essenziali per la salute delle ossa. Le sardine possono anche vantare proprietà antinfiammatorie e sono un’ottima scelta per chi cerca di mantenere un peso corporeo sano.
2. Sgombro
Un altro pesce azzurro che merita attenzione è lo sgombro. Caratterizzato da una carne ricca e saporita, lo sgombro è versatile in cucina e può essere preparato in diversi modi, dalle grigliate ai piatti al forno. Oltre a essere un’ottima fonte di proteine, lo sgombro contiene anche significative quantità di vitamina B12, fondamentale per il corretto funzionamento del sistema nervoso e per la produzione di globuli rossi. Gli studi hanno dimostrato che il consumo regolare di sgombro può contribuire a migliorare la salute mentale e a ridurre i sintomi di ansia e depressione.
3. Alici
Le alici, note anche come acciughe, sono un altro pesce azzurro che non può mancare nella lista. Piccole ma ricche di sapore, sono spesso utilizzate come condimento in molte ricette mediterranee. Le alici sono particolarmente apprezzate per il loro alto contenuto di omega-3, ferro e calcio. Essendo spesso sott’olio o salate, le alici possono essere una scelta conveniente e gustosa per arricchire insalate, pasta e altri piatti. Inoltre, grazie alla loro ricchezza di nutrienti e antiossidanti, possono aiutare a combattere l’invecchiamento precoce e migliorare la salute della pelle.
4. Tonno
Il tonno è un altro pesce azzurro molto popolare, soprattutto sotto forma di filetti in scatola. Sebbene il tonno fresco sia particolarmente apprezzato per il suo sapore e la sua consistenza, il tonno in scatola offre la stessa qualità nutrizionale e praticità. È una fonte eccellente di proteine e contiene quantità significative di selenio, un minerale con potenti proprietà antiossidanti. Tuttavia, è importante fare attenzione alla scelta del tipo di tonno, poiché alcune varietà possono contenere elevate quantità di mercurio.
5. Pesce sciabola
Infine, non possiamo dimenticare il pesce sciabola, una specie meno conosciuta ma altrettanto nutritiva. Questo pesce ha una carne tenera e saporita che si presta a diverse preparazioni. La carne del pesce sciabola è contraddistinta da un alto contenuto di omega-3 e proteine, rendendolo una scelta eccellente per chi cerca di migliorare la propria alimentazione. Inoltre, il pesce sciabola è anche ricco di vitamine del gruppo B, che giocano un ruolo fondamentale nel metabolismo energetico e nella salute del sistema nervoso.
L’integrazione di pesce azzurro nella dieta quotidiana non solo arricchisce le nostre pietanze con sapori unici, ma anche conferisce numerosi benefici per la salute. Aggiungere questi pesci alla tavola può contribuire a una dieta equilibrata, migliorando la salute cardiovascolare, il benessere mentale e la salute delle ossa. È importante variare le specie consumate per assicurarsi di ottenere una vasta gamma di nutrienti, considerando anche metodologie di pesca sostenibili e responsabili.
Per concludere, non importa quale tipo di pesce azzurro si scelga, è essenziale per la nostra salute e il nostro benessere. Incorporare questi pesci nella propria alimentazione è non solo un modo per mangiare in modo sano, ma anche un opposto per sostenere i metodi di pesca sostenibili e preservare le risorse marine per le future generazioni. Con un giusto bilanciamento e varietà, il pesce azzurro può diventare un elemento fondamentale della dieta mediterranea e una fonte di salute per tutto l’anno.
sabato 12 luglio 2025
Maionese fatta in casa
Maionese fatta in casa: ricetta semplicissima per una salsa sana e genuina
È la serata dedicata alle patatine fritte ma hai dimenticato di comprare la maionese? Niente paura, poiché la puoi preparare in pochi secondi direttamente a casa tua. Basta prendere due uova dal frigorifero e il gioco è fatto: otterrai una salsa leggerissima e decisamente più genuina di quella che acquisti di solito. La ricetta arriva dal canale Instagram Cucina e Delizia, gli ingredienti di cui hai bisogno sono pochissimi e il procedimento è di una semplicità unica.
Preparazione della maionese fatta in casa
Maionese fatta in casa: ricetta semplicissima per una salsa sana e genuina – Instagram @cucinaedelizia (Ocagiulivamilano.it)
Ingredienti:
2 uova sode
1 tappo di aceto
2 cucchiai di olio d’oliva
1/2 limone
1/2 cucchiaio di sale
2 cucchiai di acqua
Non devi fare altro che scaldare due uova in un pentolino, finché non saranno sode. Tagliale a pezzi e mettile in una ciotola, in cui aggiungerai man mano aceto (nella ricetta viene utilizzato quello di mele), olio d’oliva, il succo di mezzo limone, un cucchiaio di sale e due di acqua. A questo punto frulla il tutto e avrai ottenuto una maionese leggerissima e super saporita: non avrà nulla da invidiare a quella del supermercato, è più economica e più sana poiché realizzata con gli ingredienti che hai tu in casa.
Spaghetti e Baccalà
Ingredienti per 4 persone
spaghetti 400 g di spaghetti
baccalà q.b. baccalà dissalato
aglio 1 spicchio d'aglio
capperi 2 cucchiai di capperi
olive 4 cucchiai di olive (verdi e nere)
pomodoro 10 pomodori datterini
prezzemolo 1 ciuffo di prezzemolo
olio q.b. olio extravergine d'oliva
sale q.b. sale
paprika q.b. paprika dolce
Preparazione
Come fare gli spaghetti al baccalà
Per preparare gli spaghetti al baccalà, dobbiamo innanzitutto pulire uno spicchio d'aglio e soffriggerlo in padella con un filo d'olio extravergine d'oliva.
Non appena appare leggermente dorato, rimuoviamolo e aggiungiamo i pomodori datterini precedentemente lavati e tagliati a metà.
Lasciamo appassire i pomodorini a fuoco vivace per alcuni minuti, dopodiché uniamo sia le olive tagliate a rondelle, sia i capperi dissalati.
Nel frattempo, puliamo il baccalà dalla pelle e tagliamolo a pezzetti piuttosto piccoli. Uniamolo al resto degli ingredienti e cuociamolo in padella per 5 minuti circa, avendo cura di mescolare di tanto in tanto.
Mentre il baccalà cuoce, portiamo a bollore l'acqua per la pasta. Non appena giunge a ebollizione, saliamola e cuociamo gli spaghetti per il tempo indicato sulla confezione.
Scoliamoli al dente e versiamoli nella padella contenente il condimento: mescoliamoli con l'aiuto di due forchette, affinché il baccalà e i restanti ingredienti si amalgamino in modo omogeneo.
Gli spaghetti al baccalà sono pronti per essere gustati: consigliamo di condirli con del prezzemolo fresco tritato e aggiungere a piacere della paprica dolce o, per un sapore più deciso, piccante.
lunedì 7 luglio 2025
Pasta Patate e Verza
Ingredienti per pasta patate e verza
200 g cannolicchi (per me senza glutine)
400 g cavolo verza
600 g patate
100 g pancetta
1/2 cipolla
1 panetto Parmigiano Reggiano DOP (grattugiato)
3 cucchiai olio extravergine d’oliva
q.b. sale
q.b. pepe
q.b. brodo vegetale
471,69 Kcal
calorie per porzione
Info
Come preparare pasta patate e verza densa e cremosa
Per preparare pasta patate e verza iniziate pulendo il cavolo verza: eliminate le due foglie più esterne, quindi tagliatela a metà. Con un coltello incidete il fusto e rimuovetelo (1). Tagliatela quindi a listarelle (2). Trasferitela in uno scolapasta e sciacquatela abbondantemente (3).
a. pulire e tagliare il cavolo verza
Pelate le patate e tagliatele a pezzi non troppo piccoli (4). Tagliate la pancetta a cubetti. Tritate la cipolla e mettetela in una capiente pentola insieme all’olio (5). Appena inizia a soffriggere unite la pancetta (6).
b. rosolare la pancetta con la cipolla
Lasciatela rosolare per un paio di minuti a fiamma dolce, facendo attenzione a non bruciare la cipolla (7). Unite quindi le patate e la verza (8). Salate, pepate e mescolate bene, lasciando insaporire il tutto per un minuto circa. Poi bagnate con un mestolo o due di brodo vegetale caldo (9).
c. unire patate e verza crudi
Coprite la pentola con il coperchio e lasciate cuocere verza e patate a fiamma dolce per circa 15 minuti. Quando le patate inizieranno a sfaldarsi aggiungete ancora un po’ di brodo vegetale (10) e, non appena la minestra tornerà a bollire, anche la pasta (11). Cuocete pasta patate e verza per 8-10 minuti (regolatevi anche in base al tempo indicato sulla confezione della pasta), mescolandola costantemente quasi fosse un risotto (12) e aggiungendo poco brodo caldo se dovesse restringersi troppo.
d. unire la pasta alla zuppa
Man mano che la pasta cuoce, regolate la giusta quantità di brodo da aggiungere per ottenere una pasta e patate più densa o più brodosa, a seconda dei vostri gusti. Quando la pasta sarà cotta spegnete il fuoco e aggiungete il parmigiano grattugiato (13). Mescolate con cura per amalgamarlo al resto della minestra (14).
e. mantecare pasta patate e verza con parmigiano
Servite pasta patate e verza subito, guarnita con altro parmigiano a piacere oppure con un pizzico di pepe macinato al momento.
v_ pasta patate e verza cremosa e densa ricetta zuppa invernale con pasta il chicco di mais
sabato 28 giugno 2025
Spaghetti alla Nerano
Gli Spaghetti alla Nerano sono un piatto tipico della costiera amalfitana, in particolare del borgo di Nerano, vicino a Massa Lubrense. Si tratta di una ricetta semplice ma straordinariamente gustosa, a base di zucchine fritte e provolone del Monaco, un formaggio a pasta semidura tipico della zona.
📝 Ingredienti (per 2 persone):
200 g di spaghetti
3–4 zucchine medie
80–100 g di Provolone del Monaco (in alternativa: caciocavallo stagionato)
1 spicchio d'aglio
Basilico fresco q.b.
Olio extravergine d’oliva
Olio di semi per friggere
Sale e pepe q.b.
👩🍳 Preparazione:
Friggi le zucchine
Lava le zucchine e tagliale a rondelle molto sottili. Friggile in abbondante olio di semi fino a doratura. Scolale su carta assorbente e salale leggermente. Alcuni chef le lasciano riposare qualche ora per esaltarne il sapore.
Cuoci gli spaghetti
Porta a bollore una pentola d’acqua salata e cuoci gli spaghetti, scolandoli molto al dente (tieni da parte un po’ d’acqua di cottura).
Prepara la base
In una padella capiente fai imbiondire l’aglio in olio extravergine. Aggiungi le zucchine fritte e un paio di cucchiai d’acqua di cottura della pasta per ammorbidirle.
Manteca la pasta
Versa gli spaghetti nella padella con le zucchine. Togli dal fuoco e aggiungi il Provolone del Monaco grattugiato finemente. Manteca energicamente con acqua di cottura, fino a ottenere una crema vellutata che avvolge la pasta.
Finitura
Aggiungi abbondante basilico fresco spezzettato e una macinata di pepe nero.
🍷 Abbinamento vino:
Un Falanghina del Sannio o un Greco di Tufo, freschi e minerali, sposano perfettamente la cremosità del piatto.
mercoledì 25 giugno 2025
COME FARE LA PASTA E CECI IN SCATOLA
COME FARE LA PASTA E CECI IN SCATOLA
Ingredienti
1 barattolo di Ceci precotti
120 gg. di Pasta formato misto
1 spicchio d'Aglio
2 rametti di rosmarino
30 gr. di Pancetta dolce (se gradita)
Olio extravergine d'Oliva
Acqua 4,5 mestoli
Sale q.b.
Procedimento
1 Scolate i ceci dall'acqua di conservazione e sciacquateli sotto acqua corrente.
2 Fate soffriggere in un giro d'olio uno spicchio d'aglio scamiciato; una volta imbiondito unite i ceci e due rametti di rosmarino fresco e lasciate insaporire per qualche minuto.3Eliminate l'aglio e addizionate un paio di mestoli d'acqua calda, salate e portate a bollore.
4 Recuperate circa 1/4 dei ceci e schiacciateli con una forchetta.5Metteteli in pentola e calate la pasta.6Aggiungete altra acqua, scaldata in precedenza, fino a coprire la pasta.
7 Prediligete la cottura molto al dente ed unite la pancetta dolce cubettata fatta tostare un precedenza in una padella antiaderente.
8 La vostra pasta con ceci in scatola é pronta per essere gustata. Buon appetito!
martedì 24 giugno 2025
Quanto dovremmo pagare un chilo di pomodori?
Italia
Lunedì 23 giugno 2025
Quanto dovremmo pagare un chilo di pomodori?
Per fare scelte più etiche bisogna guardare ai campi, ma anche allo strapotere della grande distribuzione organizzata
di Isaia Invernizzi
Di fronte ai pomodori esposti nel reparto ortofrutta di qualsiasi supermercato italiano non ci poniamo quasi mai molte domande. Nella fretta della spesa osserviamo forse il colore, la taglia e il prezzo, ma tra confezioni della stessa varietà non è facile dire se sia meglio una oppure l’altra, e capire soprattutto se siano ortaggi di qualità: le informazioni a disposizione, così come il tempo, sono poche. Ma in realtà sui pomodori, come su qualsiasi altro prodotto venduto nei supermercati, sarebbe opportuno farsi più domande. Tra le tante, una a cui lì per lì è quasi impossibile trovare una risposta: li stiamo pagando il giusto?
La domanda è importante perché il prezzo di vendita dei pomodori è un indizio essenziale, che tuttavia acquisisce valore solamente se connesso anche ad altre informazioni, come l’area di coltivazione e l’azienda produttrice. Partendo da queste tracce è possibile farsi una minima idea della cosiddetta filiera, ovvero dei processi e dei passaggi necessari per portare i pomodori dalle serre ai reparti ortofrutta dei supermercati. Ma più passaggi ci sono nella filiera, più alcuni saranno poco trasparenti – addirittura nascosti – e più sarà difficile capire cosa contribuisce al prezzo finale; capire, cioè, se il prezzo sia giustificato, se le persone e le aziende che lavorano nella filiera abbiano ricevuto un compenso equo o se invece qualcuno abbia speculato.
La risposta sommaria è che sì, nella maggior parte dei casi all’interno della filiera ci sono speculazioni che alimentano disuguaglianze, forme diffuse di illegalità e sfruttamento della manodopera, in particolare di quella straniera. Lo sfruttamento è il modo più immediato per contenere i costi di produzione, garantire margini più elevati e in definitiva rispondere alle esigenze di profitto riversando i problemi sui lavoratori più vulnerabili.
Una possibile soluzione, per farla brevissima, sarebbe proteggere le aziende sane favorendo un consumo consapevole: pagando il giusto, appunto. Ma non è così facile, perché non dipende solo dai consumatori. E quindi per orientarsi e fare una scelta davvero consapevole ed etica è necessario non fermarsi alla versione brevissima della soluzione.
Si fa presto a dire pomodori
Nelle sue serre di Pachino, nella zona meridionale della Sicilia, Beppe Signorello pianta ogni anno tre varietà di pomodori: datterini, ciliegini e costoluti chiamati Marinda. I primi due sono più conosciuti, il Marinda meno: è un pomodoro che pesa dai 250 ai 300 grammi, con una forma piuttosto appiattita e a coste, di colore tra il rosso scuro e il verde brillante, ottimo anche così com’è, senza condimento.
La produzione di queste tre varietà è molto diversa l’una dall’altra. Innanzitutto perché le piantine di datterini e ciliegini costano meno rispetto a quelle di costoluti, ma anche perché le lavorazioni dei primi due sono più semplici e veloci, così come i trattamenti e la raccolta. I costoluti producono invece più scarto: molti pomodori hanno difetti e non finiscono nelle forniture di ortomercati e supermercati, che esigono la perfezione.
«Dalla scelta della varietà dipendono tanti fattori che incidono sul prezzo e sulla vendita», dice Signorello. Un pomodoro come il costoluto Marinda è più costoso e difficile da coltivare, più raro, quindi più rischioso. Solo chi garantisce un’ottima qualità riesce a competere. «Noi ci crediamo e continuiamo a proporlo ai mercati. Lo spediamo in tutta Italia, in Francia e in Germania. Viene venduto all’ingrosso tra 2,5 e 5 euro al chilo, dipende anche dalla disponibilità. Non è un prodotto semplice».
Anche se le serre sono le stesse, con ciliegini e datterini è tutto diverso, compresa la destinazione: sono varietà molto diffuse di cui fa incetta la grande distribuzione organizzata (GDO), che rifornisce i supermercati. I rischi sono di meno, i margini sono decisamente più bassi.
Tutte queste variabili vanno moltiplicate per il gran numero di varietà di pomodori coltivate in Italia: solo tenendo conto delle principali, sono circa 300. Ognuna ha bisogno di terreni, lavorazioni e trattamenti diversi, che incidono sui costi, sul prezzo all’ingrosso e infine sul prezzo al dettaglio.
Raccolta dei pomodori
Raccolta dei pomodori (Abed Rahim Khatib/Getty Images)
Qualche esempio per capire cosa significa lavorazioni. Le piante di pomodoro crescono con due portamenti: si definiscono indeterminate le piante che continuano a svilupparsi e hanno bisogno di sostegni, come pali o spaghi, mentre quelle a crescita determinata hanno una forma a cespuglio. Le piante a crescita indeterminata devono essere legate una a una man mano che crescono; inoltre va fatta la cosiddetta sfemminellatura, ovvero la rimozione dei getti ascellari, di fatto una potatura, che serve a concentrare la produzione verso pochi rami. Queste operazioni – le lavorazioni, appunto – vengono fatte a mano, non possono essere automatizzate.
Per trattamenti, invece, si intende l’applicazione di prodotti – i più comuni sono a base di rame, ma ce ne sono molti altri – per prevenire malattie fungine come la peronospora o le malattie di origine batterica. Vanno considerate poi la concimazione del terreno, l’irrigazione e l’ultima lavorazione in campo, cioè la raccolta fatta a mano.
I costi di tutti questi passaggi variano a seconda della conformazione del territorio, della composizione del terreno, del caldo e della pioggia. Se l’inizio di stagione è molto piovoso aumentano i costi per la prevenzione delle malattie, se c’è siccità aumentano i costi di irrigazione.
Ci sono altre incognite che non hanno a che fare direttamente con l’agricoltura: per esempio, dopo la pandemia e l’invasione della Russia in Ucraina sono aumentati i prezzi di concimi, fertilizzanti e trattamenti. «Lo scorso anno abbiamo calcolato un aumento dei costi di produzione del 32 per cento, e venivamo già da due anni difficili», continua Signorello. «Con pochissima acqua a causa della siccità abbiamo dovuto estirpare molte piante, perdendo parte del raccolto. I prezzi sul mercato però sono rimasti più o meno gli stessi: si fa fatica a compensare le spese».
Dopo tutta questa premessa si potrebbe pensare che il costo di coltivazione e raccolta incida in modo determinante sul prezzo finale, invece secondo stime basate sui prezzi agricoli diffusi dall’Istat la coltivazione pesa solo per il 15 per cento, mentre la raccolta per il 10 per cento. In totale un quarto del prezzo finale è determinato dal lavoro nei campi. Il restante 75 per cento (ci arriviamo) viene determinato durante i passaggi successivi della filiera.
I pomodori che diventano sughi e passate sono un’altra storia
I costi di produzione potrebbero essere anche inferiori, anzi molto inferiori, ma esattamente come accade nell’industria anche nell’agricoltura le aziende italiane che coltivano pomodori sono per lo più piccole o piccolissime, a conduzione familiare. Fanno fatica a crescere, a diventare più grandi, e quindi a sfruttare le innovazioni della tecnologia e le cosiddette economie di scala. «Bisognerebbe cambiare mentalità e rendersi conto, tutti, che non siamo più contadini, ma imprenditori agricoli», dice Andrea Manca, agronomo e socio di un’azienda sarda specializzata nella distribuzione di frutta e verdura.
– Ascolta anche il podcast Wilson: Perché guadagniamo poco
Negli ultimi anni Manca ha costituito un gruppo di 70 aziende per ottimizzare i processi di produzione: lavorazioni e trattamenti vengono fatti solo dopo un’analisi attenta, non più seguendo solo il calendario come si faceva una volta e come fanno tuttora moltissimi agricoltori.
Tutto questo vale per i pomodori prodotti per il consumo fresco, ovvero che vengono raccolti e venduti nei supermercati senza ulteriori lavorazioni. C’è però un settore parallelo, cioè quello dei pomodori chiamati da industria o da trasformazione, che vengono coltivati per essere venduti alle grandi aziende produttrici di sughi e passate. Nel 2024 l’Italia, con i suoi 5,3 milioni di tonnellate prodotte, è stato il terzo produttore mondiale dopo Cina e Stati Uniti. In questo caso il mercato è molto più concentrato e controllato, con una coltivazione più veloce e quasi interamente meccanizzata.
Non servono serre e l’impiego di braccianti è limitato, soprattutto nelle regioni del Nord: le piante di pomodoro crescono a terra e i frutti vengono trattati e raccolti con macchinari. Anche l’irrigazione è automatica. Le varietà sono poche, selezionate per prediligere la resa e la resistenza alle malattie. Nelle regioni del Nord, in particolare in Pianura Padana, è più diffuso il pomodoro tondo, al Sud il pomodoro allungato. Un ottimo raccolto si aggira sulle 90 tonnellate per ettaro (ovvero 9 milioni di chilogrammi per ogni chilometro quadrato), niente a che vedere con la resa dei pomodori a consumo fresco.
I margini sono ovviamente molto più bassi, anche perché ogni anno viene fissato un prezzo minimo di vendita attraverso una trattativa tra le associazioni che rappresentano le aziende agricole e le associazioni delle aziende di trasformazione. Fino al 2020 i pomodori da industria venivano pagati agli agricoltori 100 euro alla tonnellata, dunque 10 centesimi al chilo; nel 2023 si è arrivati a 15 centesimi, nel 2025 il prezzo minimo è stato fissato a 14 centesimi.
La raccolta dei pomodori destinati alle industrie di sughe e passate
La raccolta dei pomodori destinati alle industrie di sughi e passate (Emmanuele Ciancaglini/Getty Images)
In entrambi i casi, sia nella filiera dei pomodori da consumo fresco che in quella dei pomodori da industria, dopo la raccolta i prodotti vanno imballati e trasportati: altri due passaggi importanti che incidono per circa il 20 per cento sul prezzo finale. I pomodori poi devono essere distribuiti, cioè piazzati sul mercato, un lavoro di intermediazione svolto da grossisti e agenti che ha un peso significativo sul prezzo, circa un quarto del totale. Imballaggio, trasporto e distribuzione, insieme, influiscono sul prezzo più della coltivazione.
La distribuzione cambia a seconda delle destinazioni, che sono principalmente tre: la vendita diretta, la vendita al mercato ortofrutticolo all’ingrosso e quella alla grande distribuzione organizzata. Nella vendita diretta gli agricoltori vendono direttamente i pomodori ai clienti, fissando loro il prezzo: si parla così di filiera corta perché di fatto c’è un solo passaggio dal campo al sacchetto della spesa.
Nella vendita all’ingrosso la filiera si allunga. Andrea Manca la paragona al giocare in Borsa. «Bisogna avere fiuto e piazzare i prodotti al momento giusto, anche perché su questi mercati i prezzi si fanno giorno per giorno», dice. Quest’anno, per come sta andando la stagione, gli agricoltori della sua zona sono contenti se un chilo di pomodoro di varietà camone viene pagato 1,70 euro, un chilo di pomodorini ciliegini 1,80, per i piccadilly 1,30, e 2,70 euro un chilo di datterini. Ma sono appunto prezzi che possono cambiare rapidamente, di settimana in settimana, e diversi da regione a regione.
Il grande potere della grande distribuzione
La vendita attraverso la grande distribuzione organizzata è impostata in modo ancora diverso. La GDO è la rete di fornitura e vendita di prodotti a largo consumo, basata su punti vendita di grandi dimensioni, come i supermercati. Fanno parte della GDO marchi come Conad, Carrefour, Lidl, Coop, Esselunga. Per ognuna di queste aziende avere un unico canale di fornitura a livello nazionale è un vantaggio in termini di costi e organizzazione.
Tra gli agricoltori e la grande distribuzione c’è un rapporto ambivalente: essere scelti dalla GDO è considerata una grande opportunità, ma allo stesso tempo i margini sono bassissimi e c’è il rischio di svalutare la produzione.
I supermercati pagano molto meno rispetto ai mercati ortofrutticoli, ma in modo costante, puntando sulla quantità e sul meccanismo degli sconti. Di solito i prezzi vengono fissati di settimana in settimana, non giorno per giorno, e nel periodo degli sconti si impone ai fornitori un abbassamento del prezzo con poche possibilità di trattare. Fino al 2021 erano diffuse le aste al ribasso organizzate online, una pratica che ora è vietata da una direttiva europea, che costringeva gli agricoltori a contendersi la fornitura offrendo la propria merce a un prezzo sempre inferiore, in alcuni casi fino a perdere soldi pur di rimanere agganciati alla GDO.
L’obiettivo della grande distribuzione è strappare il prezzo più favorevole, spostando il valore della filiera dalla coltivazione al lavoro di distribuzione e vendita. Sugli scaffali il prezzo di una confezione di pomodori viene venduta a quattro o cinque volte il prezzo pagato all’agricoltore, una differenza che solo in parte è attribuibile ai passaggi intermedi. La GDO ha molto potere nelle trattative perché sa di poter trovare forniture alternative in poco tempo, anche all’estero, e senza troppi sforzi. Gli agricoltori accettano queste condizioni perché perdere una commessa della grande distribuzione arrecherebbe loro troppi danni.
Il massiccio ricorso al sottocosto non altera solo il mercato, ma l’intero settore, fino alla produzione: i margini bassi limitano gli investimenti e costringono tutte le parti della filiera a comprimere il più possibile i costi. Vale soprattutto per gli agricoltori.
L’alternativa è aumentare le rese – cioè produrre più pomodori dalla stessa pianta, limitando gli scarti – usando sementi più performanti e trattando le piante con più concimi e pesticidi. Il valore si concentra così sulla quantità e meno sulla qualità, a dispetto dei messaggi pubblicitari incentrati sulla genuinità e sul rispetto della tradizione agricola italiana.
Una delle conseguenze più sottovalutate coinvolge i consumatori, che in un mercato invaso dagli sconti faticano a percepire il giusto valore dei prodotti. Le promozioni, le offerte, gli sconti e il sottocosto non sono più un’eccezione: sono campagne di marketing ormai ricorrenti, proposte quasi ogni settimana. Molte persone cambiano supermercato proprio in funzione delle promozioni, alimentando una competizione tra marchi pronti a proporre il prezzo più basso.
Nessuno degli agricoltori sentiti per questo articolo si è lamentato apertamente della GDO, anzi molti sperano di avere sempre più contatti con i supermercati, ma tutti ammettono che è complicato tirare avanti con questi prezzi. «Non guadagni i miliardi, però almeno porti a casa il pezzo di pane», dice Andrea Manca.
Vale anche per chi produce pomodoro da industria, che non ha rapporti diretti con la grande distribuzione. Gli agricoltori vendono alle aziende di trasformazione, produttrici di sughi e passate, che a loro volta riforniscono la GDO. «Da tempo chiediamo un dialogo più diretto con la grande distribuzione», dice Luigi Sidoli, direttore dell’AINPO, l’associazione interprovinciale produttori ortofrutticoli attiva soprattutto in Emilia-Romagna. «È giusto mantenere sughi e passate a un prezzo abbordabile, ma sarebbe sufficiente qualche centesimo in più al chilo per sistemare definitivamente i bilanci delle aziende agricole senza comportare grossi sconvolgimenti a valle».
«Che fatica»
Nella piana di Foggia Massimo Cardente coltiva una varietà di pomodoro oblungo, solitamente usata per fare i sughi. Lui però negli ultimi anni ha cercato di renderlo un prodotto adatto anche alle insalate, quindi per il consumo fresco.
La raccolta è fatta a mano, perché il frutto è piuttosto delicato. I costi di produzione sono più alti rispetto al pomodoro da industria, e per questo non è semplice proporli a un prezzo giusto. «Vendiamo un chilo di pomodori tra 90 centesimi e un euro: a dirlo in giro sembra che sia un prezzo esagerato. Dicono che dovremmo farli a 50 centesimi, ma io mi sono imposto», dice Cardente. «Per ora il mercato ci ha dato ragione perché abbiamo trovato una clientela che ci asseconda e preferisce un prodotto di qualità. Però che fatica».
Cassette di pomodori al mercato ortofrutticolo di Milano
Cassette di pomodori al mercato ortofrutticolo di Milano (LaPresse/ Claudio Furlan)
Chi non riesce a imporre il proprio prezzo, e sono migliaia di agricoltori, deve trovare altri modi per ottenere margini adeguati. Il più semplice è il risparmio sulla manodopera, sulle persone a cui viene affidata in particolare la raccolta. Sono per lo più braccianti stranieri, assunti con contratti irregolari pagati pochi euro all’ora, senza diritti e tutele. Il rapporto Agromafie e caporalato, pubblicato dall’osservatorio Placido Rizzotto del sindacato CGIL, stima che nei campi italiani vengano sfruttate circa 230mila persone, un quarto di tutti i braccianti, dati che dimostrano quanto questo problema sia esteso e pervasivo nel settore.
Il lavoro irregolare ha un’incidenza elevata soprattutto in Puglia, Sicilia, Campania, Calabria e Lazio, dove si stima che oltre il 40 per cento dei braccianti abbia un contratto irregolare, per poche ore alla settimana, oppure non abbia proprio un contratto, e quindi lavori in nero. In molte regioni del Nord il tasso di irregolarità è solo leggermente più basso, tra il 20 e il 30 per cento. Migliaia di braccianti lavorano in condizioni proibitive, senza minime misure di sicurezza. Molti non hanno i documenti.
Il caporalato è un reato sentinella, l’avvisaglia di possibili altri problemi nella filiera legati alla presenza della criminalità organizzata, interessata a estorsioni e all’appropriazione di terreni per intercettare illegalmente fondi europei destinati all’agricoltura. Negli ultimi anni sono state aperte molte inchieste per riciclaggio di denaro nella gestione dei mercati ortofrutticoli, nella rete di trasporto della merce e nella fornitura alla grande distribuzione.
Finora i tentativi dei governi di introdurre più controlli nelle filiere agroalimentari e renderle più trasparenti hanno avuto scarsi risultati. La legge 185 del 2016, nota anche come decreto Caporalato, ha istituito tra le altre cose la Rete del lavoro agricolo di qualità (RLAQ), pensata per valorizzare le aziende agricole virtuose che rispettano i diritti dei lavoratori.
La rete è un elenco gestito dall’INPS a cui le aziende possono aderire se hanno pagato regolarmente i contributi, se rispettano i contratti collettivi, se i titolari non hanno condanne per reati legati allo sfruttamento del lavoro. In teoria chi fa parte della rete dovrebbe avere agevolazioni burocratiche, maggiore visibilità sul mercato e più possibilità di accedere a finanziamenti pubblici.
Basta un dato, uno solo, per dimostrare che finora la rete non ha raggiunto il suo obiettivo: in tutta Italia hanno aderito poco più di novemila aziende agricole, una quota minima del totale. Secondo i dati del censimento generale dell’agricoltura – i più recenti sono del 2020 – in Italia le aziende agricole sono 1 milione e 100mila. I motivi di un’adesione così scarsa sono molti, soprattutto il fatto che i benefici per le aziende sono insufficienti.
Le serre della cosiddetta Fascia trasformata, un'area di 80 chilometri in provincia di Ragusa (foto Il Post)
Le serre della cosiddetta Fascia trasformata, un’area lunga 80 chilometri in provincia di Ragusa (foto Il Post)
Cosa fare, quindi?
Secondo Davide Donatiello, professore di sociologia dell’università di Torino che ha collaborato al rapporto Agromafie della fondazione Placido Rizzotto, una strategia per rendere più sicura la filiera è la collaborazione tra le aziende produttrici.
È un principio valido per i pomodori come per qualsiasi altro ortaggio o prodotto. Un gruppo di aziende costituite in un consorzio ha la possibilità di ottimizzare la produzione e soprattutto avere più potere nelle trattative con la grande distribuzione organizzata. «Finora è sempre stato complicato promuovere la tracciabilità della filiera perché le aziende pensano che qualsiasi tipo di bollino o certificazione nasconda dei costi, e in parte è vero», dice Donatiello. «Però siamo arrivati a un punto in cui è indispensabile creare corpi intermedi, per esempio i consorzi, per garantire più solidità e trasparenza nei vari passaggi della filiera. Altrimenti i margini rimarranno sempre bassi, e continuerà a esserci sfruttamento».
La stessa richiesta è stata fatta più volte da associazioni, come Oxfam e Terra!, che da anni chiedono alla grande distribuzione di rendere pubbliche informazioni relative ai fornitori di cui si servono. Da alcuni anni in Francia alcuni marchi di supermercati come Leclerc oppure progetti sperimentali come C’est qui le patron?!, una cooperativa fondata da consumatori, mostrano il prezzo pagato all’agricoltore accanto al prezzo di vendita nei negozi. In Italia esiste un progetto con lo stesso nome, “Chi è il padrone?”, che però ha avuto molta meno fortuna che in Francia.
La trasparenza dei passaggi tra campo e supermercato è il primo passo verso un consumo più consapevole, molto complesso da incentivare su larga scala: gli agricoltori sentiti per questo articolo dicono che ci sono troppi interessi all’interno della filiera e che ormai le disuguaglianze sono consolidate. Tuttavia tutti pensano che il cambiamento possa passare solo da un’attenzione e una sensibilità maggiori dal basso, da parte dei consumatori, anche partendo da cerchie limitate.
È un processo lento e faticoso perché servono molti più sforzi rispetto all’acquisto al buio nei supermercati. Per esempio si può scegliere la filiera corta, acquistando direttamente dai contadini, oppure per chi abita in città attraverso gruppi d’acquisto solidali: si hanno molte più informazioni sulla provenienza dei prodotti e ci sono molti meno intermediari e passaggi tra i campi e l’acquisto.
Al supermercato invece si possono evitare le filiere lunghissime, che importano pomodori dall’estero a prezzi molto bassi, controllando l’origine sull’etichetta. Allo stesso modo si può fare attenzione alle informazioni riportate sulle confezioni, se per esempio c’è un codice QR o altre indicazioni per risalire con più precisione all’area di coltivazione. Queste informazioni aiutano a escludere i pomodori di origine troppo generica, solitamente indicati con la scritta “provenienza Italia”.
Se si vuole andare ancora più a fondo, va controllata l’affidabilità delle aziende produttrici in aree particolarmente interessate dallo sfruttamento come la Capitanata di Foggia, la Fascia trasformata in provincia di Ragusa, la Chjiana di Gioia Tauro, l’Agro pontino nel Lazio. Non tutte sfruttano le persone o si affidano ai caporali: bisogna controllare – principalmente online – se in passato sono state coinvolte in inchieste per reati di questo tipo.
– Leggi anche: Nelle serre in provincia di Ragusa i diritti non esistono
Bisogna anche tenere a mente che l’etichetta bio o quelle di noti marchi della grande distribuzione non escludono automaticamente lo sfruttamento o pessime condizioni di lavoro nei campi o all’interno della filiera. Le uniche certificazioni valide sono quelle di consorzi o cooperative etiche, dell’equo e solidale, che garantiscono la tracciabilità dell’intera filiera.
La filiera corta, le aziende che non sfruttano, i marchi della filiera certificata e trasparente vendono pomodori e altri ortaggi a prezzi più alti rispetto ai supermercati proprio perché assicurano che tutti i lavoratori siano assunti regolarmente e vengano pagati secondo i contratti collettivi. Se si guardasse solo alla convenienza, non ci sarebbe gara rispetto ai prezzi proposti nei supermercati.
Anche se il prezzo non è tutto, per iniziare a pagare il giusto bisogna quindi pagare un po’ di più. «Spesso le persone non si rendono conto che al prezzo di una tazzina di caffè si può comprare un chilo di pomodori, e soprattutto non sanno quanto lavoro c’è dietro quel chilo di pomodori», dice Massimo Cardente. «Si cerca sempre il prezzo più basso, senza rendersi conto che è un danno per chi li coltiva».
venerdì 6 giugno 2025
Tartare di tonno alla mediterranea
ChatGPT ha detto:
La Tartare di tonno alla mediterranea è un antipasto raffinato e fresco, che abbina la delicatezza del tonno crudo a sapori intensi tipici della cucina mediterranea. Ecco una ricetta gourmet per prepararla.
Tartare di Tonno alla Mediterranea
🐟 Ingredienti (per 2 persone):
200 g di filetto di tonno rosso freschissimo (abbattuto per consumo a crudo)
8–10 olive taggiasche denocciolate
6–8 capperi sotto sale (ben dissalati)
1/2 pomodoro ramato (privato dei semi)
1/2 limone (succo e scorza grattugiata)
1 cucchiaio di olio extravergine d'oliva (di qualità)
1 cucchiaino di erbe fresche tritate (prezzemolo, basilico, origano fresco)
Pepe nero macinato fresco
Sale q.b.
🧑🍳 Preparazione:
Preparare il tonno
Taglia il tonno a cubetti molto piccoli con un coltello affilato. Non tritare, ma tagliare a coltello per mantenere la consistenza.
Condire gli ingredienti mediterranei
Trita finemente le olive, i capperi, il pomodoro (senza semi e acqua), le erbe aromatiche.
Unire e insaporire
In una ciotola, unisci il tonno con gli ingredienti tritati. Aggiungi il succo di limone, la scorza grattugiata, l’olio, un pizzico di sale e una macinata di pepe. Mescola delicatamente.
Impiattamento elegante
Guarnisci con un filo d’olio a crudo, qualche fogliolina di basilico o microgreens, e magari una fettina sottile di limone candito o una cialda croccante.
Pasta e lenticchie cremosa
Difficoltà: Facile
Preparazione: 10 min
Cottura: 30 min
Dosi per: 4 persone
Nota + il tempo di ammollo delle lenticchie (3 h)
Spaghetti 320 g
Lenticchie secche 400 g
Guanciale 150 g
Aglio in camicia 2 spicchi
Rosmarino 2 rametti
Peperoncino secco q.b.
Parmigiano Reggiano DOP da grattugiare q.b.
Olio extravergine d'oliva non filtrato q.b.
Preparazione
Come preparare la Pasta e lenticchie cremosa
Pasta e lenticchie cremosa - 1
Pasta e lenticchie cremosa - 2
Pasta e lenticchie cremosa - 3
Per realizzare la pasta e lenticchie cremosa, per prima cosa mettete in ammollo le lenticchie per circa 3 ore 1. Trascorso questo tempo scolate le lenticchie 2 e sciacquatele. In una pentola capiente rosolate gli spicchi d’aglio in camicia schiacciati, i rametti di rosmarino e il peperoncino con un giro d’olio extravergine d’oliva 3.
Pasta e lenticchie cremosa - 4
Pasta e lenticchie cremosa - 5
Pasta e lenticchie cremosa - 6
Aggiungete le lenticchie 4 e coprite con l’acqua 5. Portate a sfiorare il bollore, poi abbassate la fiamma e cuocete per circa 20 minuti o per il tempo indicato sulla confezione 6.
Pasta e lenticchie cremosa - 7
Pasta e lenticchie cremosa - 8
Pasta e lenticchie cremosa - 9
Nel frattempo tagliate il guanciale a listarelle 7. Rosolate il guanciale in una padella ben calda 8 fino a quando il grasso diventerà trasparente 9.
Pasta e lenticchie cremosa - 10
Pasta e lenticchie cremosa - 11
Pasta e lenticchie cremosa - 12
Trasferite il guanciale su carta assorbente e tenete da parte 10. Quando le lenticchie saranno cotte, eliminate l’aglio e passatele con un passaverdure 11 per ottenere una crema omogenea 12. Intanto portate a bollore una pentola di acqua salata per cuocere la pasta.
Pasta e lenticchie cremosa - 13
Pasta e lenticchie cremosa - 14
Pasta e lenticchie cremosa - 15
Spezzate gli spaghetti 13 e cuoceteli al dente 14. Alla fine del tempo di cottura della pasta versate il guanciale nella crema di lenticchie 15.
Pasta e lenticchie cremosa - 16
Pasta e lenticchie cremosa - 17
Pasta e lenticchie cremosa - 18
Aggiungete anche gli spaghetti 16 e mescolate bene 17. Impiattate completando la pasta e lenticchie cremosa con Parmigiano Reggiano DOP grattugiato e un filo di olio extravergine d’oliva a crudo 18!
Consiglio
Se preferite potete sostituire il guanciale con la pancetta.
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